Una visione dei contributi chiave di Joseph Sandler alla teoria e alla clinica psicoanalitica
Joseph Sandler è stato lo strumento che ha determinato quella che Ogden (1992) ha chiamato “la rivoluzione silenziosa” nella teoria psicoanalitica, nell’arco degli ultimi decenni. I risultati del suo lavoro rispecchiano la sua capacità di mettere insieme la ricerca pratica con il più alto livello di comprensione della teoria psicoanalitica. Partendo dagli schemi di riferimento più tradizionali del suo training formativo, Sandler, gradualmente, ha elaborato una complessa integrazione della psicologia dell’Io con la teoria delle relazioni oggettuali che stava diventando sempre più importante. Durante tutto questo processo, Sandler ha sempre cercato di tenere la teoria legata alla pratica clinica. Mentre molti analisti solo a parole tengono in considerazione l’intima relazione tra teoria e pratica, Sandler, usando l’Hampstead Psychoanalytic Index come suo schema di riferimento, ha ricercato l’applicabilità dei concetti psicoanalitici al setting analitico. Questo, ha portato alla riconcettualizzazione di alcuni concetti fondamentali della psicoanalisi. La sua formazione come psicologo sperimentale, lo aiutò ad avere una nuova prospettiva sui concetti tradizionali che egli mantenne inalterati o modificò sulla base della ricerca pratica. La sua formazione intellettuale è stata influenzata anche dall’essersi impegnato nello studio dello sviluppo infantile all’Anna Freud Centre.
UNA VISIONE DEI CONTRIBUTI CHIAVE DI JOSEPH SANDLER
Per passare in rassegna, adeguatamente, i contributi psicoanalitici di Sandler, sarebbe necessaria quell’abilità a fondere e sintetizzare concetti psicoanalitici diversi che, probabilmente, solo Sandler stesso aveva. Di seguito, sono messi in rilievo alcuni dei più importanti contributi di Sandler per incoraggiare i lettori a esplorarli ulteriormente da sé stessi.
Rappresentazione e Affetti
Il Mondo Rappresentazionale
Il più importante concetto psicoanalitico introdotto da Sandler è il suo schema di riferimento per il mondo rappresentazionale. Esaurientemente descritto in un articolo pubblicato con Bernard Rosenblatt (Sandler e Rosenblatt, 1962), il concetto di mondo rappresentazionale aveva, in precedenza, costituito lo sfondo per il suo articolo sul super-Io (Sandler, 1960c), come pure per altri (p.e., Sandler, 1962). Il concetto di mondo rappresentazionale di Sandler ha le sue radici, tra gli altri, nel lavoro di Piaget (1936, 1937), nel concetto di Jacobson di rappresentazione del Sé (1953a, b, 1954a, b, c) e nella nozione di schema corporeo di Head (1926). Il mondo rappresentazionale è uno di quell’insieme di modelli psicologici che ottennero il giusto riconoscimento con la rivoluzione cognitiva in psicologia, stimolata dalle analogie tra la mente umana e i computers digitali, molto tempo dopo l’adozione del concetto da parte di Sandler. L’uso, nel cognitivismo, dell’idea di rappresentazione mentale ha condotto gli psicologi, psicodinamicamente orientati, come pure gli psicoanalisti, ad adottare questa nozione di Sandler come lo schema di riferimento principale per la concettualizzazione della rappresentazione interna delle relazioni oggettuali (p.e., Bowlby, 1973, 1978, 1980; Kernberg, 1976; Stolorow e Atwood, 1979; Stern, 1985; Blatt e Behrends, 1987; Horowitz, 1991; Western, 1991).
Il modello di funzionamento interno di Sandler precede ma assomiglia alla formulazione di Bowlby. Entrambi hanno un debito intellettuale con la rivoluzione cognitiva in psicologia dell’inizio degli anni sessanta (Gardner, 1985). Entrambi i modi di vedere le rappresentazioni delle relazioni consistono “in sostanza, di un complesso di aspettative in relazione alla comparsa e alle attività della madre” (Sandler, 1960c, pag. 147). Nella descrizione di Sandler (1962), le rappresentazioni del Sé e le altre rappresentazioni hanno una “forma” e hanno una componente affettiva critica che aiuta a organizzare e integrare sensazioni e percezioni provenienti dall’esperienza interpersonale. Una volta che si è formata una rappresentazione del Sé, può essere stabilita anche una rappresentazione dell’oggetto. La metafora di Sandler collega il modello rappresentazionale con la teoria strutturale: l’Io è il teatro e le rappresentazioni sono i personaggi sul palco. Siamo consapevoli dei personaggi che recitano il dramma ma ignoriamo. Beatamente. il sostegno essenziale richiesto per mettere in scena la rappresentazione.
Questa idea ha messo Sandler nella possibilità di differenziare alcuni concetti psicoanalitici di base. Per esempio, nell’introiezione c’è un cambiamento di status della rappresentazione dei genitori che non implica un cambiamento della rappresentazione del Sé. Nell’incorporazione, d’altra parte, la rappresentazione del Sé cambia per assomigliare all’immagine percepita dell’oggetto. L’identificazione è una momentanea fusione della rappresentazione del Sé con la rappresentazione dell’oggetto che preservano i loro confini e la loro separazione. Un desiderio istintuale può essere visto come una temporanea modificazione della rappresentazione del Sé o dell’oggetto; i conflitti possono essere il risultato dell’esclusione di queste rappresentazioni dalla coscienza. Le difese danno un nuovo ordine ai contenuti del mondo rappresentazionale (p.e., la proiezione modifica la forma della rappresentazione dell’oggetto in modo che possa assomigliare alla rappresentazione inconscia del Sé). Allo stesso modo, il narcisismo primario è l’investimento libidico della rappresentazione del Sé; l’amore oggettuale è il trasferimento di quest’investimento sulla rappresentazione dell’oggetto. Il narcisismo secondario è il ritiro dell’investimento libidico dalla rappresentazione dell’oggetto alla rappresentazione del Sé.
Nei suoi primi articoli, Sandler non vedeva nessuna discordanza tra la nozione di mondo rappresentazionale e la metapsicologia freudiana. Ma, il meticoloso e sistematico sviluppo dello schema di riferimento del mondo rappresentazionale fa essere quest’ultimo il principio base della “rivoluzione silenziosa” del pensiero psicoanalitico. Egli non è stato il primo a portare implicitamente la psicoanalisi in linea con le scoperte delle altre scienze della mente (p.e., Jacobson, 1964), ma è stato il primo a fare ciò offrendo una comprensiva concettualizzazione alternativa della psicoanalisi senza contemporaneamente pretendere di aver reinventato l’intera disciplina. Questo equilibrio d’innovazione radicale rivestito da innovazione minimalista è ciò che ha contraddistinto il brillante contributo di Sandler.
Il concetto di Stati Affettivi
Sandler ha modificato la teoria psicoanalitica ponendo al centro della teoria della motivazione gli stati affettivi, piuttosto, che l’energia psichica. In un capitolo sul ruolo degli affetti nella teoria psicoanalitica, Sandler (1972a) dichiara inequivocabilmente che “mentre pulsioni, bisogni, forze emotive, e altri influssi che provengono dall’interno dell’organismo sono molto importanti nel determinare il comportamento, dal punto di vista del funzionamento psicologico essi esercitano i loro effetti attraverso dei cambiamenti nei sentimenti” (pag. 296). Sandler intende l’intero contenuto ideativo del campo esperienziale come impresso dentro una matrice di stati affettivi che dirigono tutti gli adattamenti.
Questo rilievo dato agli stati affettivi ha creato un ponte tra le teorie classiche delle pulsioni e le teorie delle relazioni oggettuali. L’assunto di Sandler che gli stati affettivi sono esperienze soggettive che rappresentano uno stato del Sé in relazione a un’altra persona ne fu la chiave. Molti autori (p.e., Stern, 1985; Emde, 1988), che hanno creativamente contribuito allo studio delle relazioni d’oggetto, in particolare i rapporti precoci madre-bambino, hanno fatto un uso estensivo del modello di Sandler, fino a creare un’alternativa alle descrizioni, poco appropriate, della teoria pulsionale.
Nel 1978, nella sua conferenza sui desideri inconsci e le relazioni umane, Sandler ha reso esplicita la sua convinzione di come il desiderio sia l’elemento base del discorso psicoanalitico, mentre, istinti e pulsioni sono tendenze psicologiche di base. In articoli successivi (p.e., Sandler e Sandler, 1978), la rottura con la teoria pulsionale classica si è resa esplicita. Sandler ha tracciato il percorso storico delle sue idee in un articolo distribuito a New York nel 1985 (Sandler, 1989). Secondo lui, gli affetti spingono i desideri che, uno dopo l’altro, spingono all’azione e questo potrebbe essere visto alla radice del conflitto. Era ora in corso, un distacco sempre maggiore dagli aspetti più meccanicistici della psicologia dell’Io tradizionale, un processo che è culminato nel rigetto definitivo della visione tradizionale (Schafer, 1976, 1978). Forse, Sandler è stato uno dei primi a focalizzare la teoria della motivazione come costruita sugli stati affettivi piuttosto che sulle pulsioni, ma, sicuramente, non è stato l’unico. Tra chi ha contribuito a questo mutamento, ci sono state molte delle figure più importanti nel campo della psicopatologia del bambino (Spitz, 1965; Emde, 1980a, b) e delle scienze cognitive (Rosenblatt e Thickstun, 1970, 1977; Peterfreund, 1971), come pure pionieri nel lavoro psicoanalitico che si sono occupati dei severi disturbi di personalità negli adulti (Kernberg, 1975, 1976; Masterson, 1985). Sandler è stato unico nella sua capacità di mantenere un contatto, senza fratture, con il lavoro di Freud e nell’impegno a conservare i principali elementi della “vecchia” metapsicologia quando essi si dimostravano utili e produttivi.
Il Super-Io, l’Ideale dell’Io e il Sé Ideale
In un articolo cruciale e ben conosciuto, Sandler (1960c) ha rivisitato, radicalmente, il concetto di Super-io. Ha introdotto il concetto di “schema superegoico preautonomo”, modificando le formulazioni freudiane classiche e le nozioni kleiniane di Super-io (p.e., Klein, 1927, 1933, 1958), spiegando come i bambini preedipici possano sviluppare un comportamento morale collegato all’oggetto. Cosa ancora più importante, ha dimostrato che il Super-io contiene aspetti di approvazione e di permissività, come pure di proibizione, che danno al bambino, come background, un sentimento di essere amato. La strutturazione del Super-io rimane associata al complesso di Edipo e implica la capacità di evocare questi stati affettivi senza la presenza dell’oggetto parentale.
Uno dei risultati dell’elaborazione del materiale dei casi dell’Indice Hampstead è stata la scoperta, da parte di Sandler insieme ad Alex Holder e Dale Meers (Sandler, Holder e Meers, 1963), di ambiguità, ancora maggiori, nel concetto di Ideale dell’Io (p.e., una coscienza, una rappresentazione ideale del Sé e introietti parentali ideali). Applicando il modello di mondo rappresentazionale, suggeriscono di considerare l’Ideale dell’Io come una versione del Sé che ha la forma desiderata dal Sé stesso. Questa rappresentazione si sviluppa come compromesso tra la desiderata gratificazione istintuale e il bisogno del bambino di mantenere l’amore e l’approvazione dei genitori o degli introietti. La discrepanza tra il Sé e la rappresentazione del Sé Ideale è vista come inversamente proporzionale alla stima di sé. La vergogna, per esempio, può insorgere dal fallimento “di vivere secondo degli standard ideali” (Sandler e al., 1963, pag. 157), mentre la colpa deriva da una differenza percepita tra il Sé Ideale e il Sé dettato dagli introietti.
Dolore e Depressione
In due articoli, Sandler e Joffe (Joffe e Sandler, 1965; Sandler e Joffe, 1965a, b) hanno riesaminato la depressione dalla prospettiva del mondo rappresentazionale. Nei loro lavori, argomentano che, in precedenza, il termine depressione è stato usato, in modo impreciso, senza fare una distinzione tra stati di infelicità, di sofferenza (dolore) e la depressione come risposta affettiva. Sostengono che il dolore psichico può essere considerato come la discrepanza tra uno stato attuale del Sé e uno stato ideale basato su memorie o fantasie. Questa discrepanza è considerata come il fattore comune a tutte le forme di dispiacere, inclusa l’angoscia. L’aggressività è la risposta normale a una tale discrepanza.
L’individuo sviluppa, gradualmente, un riconoscimento della realtà che comporta, inevitabilmente, l’abbandono degli stati di soddisfazione goduti precedentemente, e delle esperienze magiche e onnipotenti – nel migliore dei casi, con un dolore minimo. Rinunciare agli stati ideali può avere molte più analogie con il processo del lutto, piuttosto, che con la depressione. In ogni caso, gli stati ideali di benessere implicano, sempre, delle rappresentazioni mentali dell’oggetto. La perdita dell’oggetto può allora essere utilmente considerata come la perdita di uno stato del Sé per il quale l’oggetto è uno strumento. La risposta depressiva può subentrare quando l’individuo non risponde al dolore psichico con un’adeguata scarica di aggressività. La risposta adattativa è l’individuazione, un processo di elaborazione che implica l’abbandono della ricerca di quegli stati ideali, adottandone degli altri che sono più adeguati alla realtà. Questo processo è presente in tutta la vita ma è tipico di particolari fasi dello sviluppo che sono determinate biologicamente e culturalmente.
La risposta depressiva – la capitolazione di fronte al dolore – è l’opposto dell’individuazione. È una risposta disadattativa, poiché, può, sì, attutire il dolore psichico grazie all’inibizione a cui è associata, ma “non tende alla guarigione” (Joffe e Sandler, 1965, pag. 423). La depressione è, così, il percorso finale comune a un’ampia serie di affetti che possono includere fattori costituzionali, ambientali e intrapsichici.
Il Background della Sicurezza
In una presentazione del 1959, Sandler (1960a) ha introdotto il concetto di background della sicurezza, un concetto rivoluzionario che colloca l’Io in un contesto positivo di ricerca del massimo livello di sicurezza o di protezione, piuttosto che vederlo come una struttura preposta a evitare l’ansia. Benché Sandler riconosca la complementarietà inversa tra angoscia e sicurezza, egli mostra come la ricerca della sicurezza sia un costrutto, compatibile con la teoria delle pulsioni, che sovradetermina tutto e che ha la capacità di organizzare difese, percezioni e fantasie. In aggiunta, Sandler riafferma lo status delle pulsioni istintuali come “primo motivatore del comportamento” (pag. 365). Tuttavia, il concetto di sicurezza costituisce un quadro motivazionale che è riconducibile molto di più alla tradizione delle relazioni oggettuali interpersonali, piuttosto che al più semplice modello della teoria delle pulsioni.
Certi modelli percettivi possono rappresentare la sicurezza, perciò, il successo può essere percepito come una minaccia e il fallimento può essere collegato a sentimenti di familiarità e di sicurezza. Pertanto, il sentimento di sicurezza può tenere in nessun conto il dispiacere derivante dal dolore e dalla sofferenza. Il concetto, apparentemente semplice, di sicurezza, non si è dimostrato essenziale solo nell’elaborazione della teoria delle relazioni d’oggetto di Sandler, ma è stato importante anche per altri campi. Per esempio, in un articolo successivo, Joffe e Sandler (1968) lo hanno applicato al concetto di autonomia, che è vista come un’immagine riflessa della serie di strategie che è utilizzata per mantenere il proprio sentimento di sicurezza di base, di fronte alle minacce della sua distruzione provenienti dalle pulsioni, dal Super-io e dal mondo esterno.
Il concetto di sicurezza di Sandler assomiglia all’istinto di attaccamento di Hermann (1923) e al concetto di sicurezza di base di Bowlby (1973) ma, per questi autori, la sicurezza è una forza biologica,2 mentre per Sandler essa è qualcosa di differente e manca dell’eccitamento normalmente associato alla gratificazione pulsionale. Infatti, Sandler (1989) si è opposto alle loro asserzioni, dimostrando come la spinta a mantenere sentimenti di benessere e sicurezza sia più forte anche della gratificazione pulsionale, tanto da tenere a freno, quest’ultima, nel momento in cui la sua espressione può comportare un pericolo. Il concetto di background della sicurezza è l’esempio più radicale del ripensare la motivazione, da parte di Sandler, in termini di stati d’animo piuttosto che in termini di pulsioni.
Una Teoria del Trauma
Sandler (1967), spinto, in parte, dalla difficoltà di definire il trauma in termini certi, come un’esperienza intrapsichica di essere sopraffatti oppure come una particolare categoria di eventi esterni, ne ha rivisto il concetto. In questo importante lavoro di progresso teorico, ha specificato che i postumi patologici di un trauma non dipendono dall’iniziale esperienza d’impotenza del bambino di fronte all’evento ma, piuttosto, dalla sua condizione post-traumatica. Egli ha suggerito che le sequele cliniche di un trauma possono essere dovute al mantenersi della tensione nell’Io determinata, principalmente, dal grado di conflitto interno che permane dopo l’evento traumatico, la qual cosa, mutila la crescita della personalità e porta allo sviluppo di patologie borderline, delinquenziali o psicotiche.
Il Modello Psicoanalitico di Base
Il lavoro di Sandler e Joffe ha avuto il suo culmine in un articolo (Sandler e Joffe, 1969) sul modello psicoanalitico di base, in cui hanno introdotto un certo numero di distinzioni cruciali nella psicologia psicoanalitica. Forse, la più importante è stata la differenziazione tra mondo esperienziale e mondo non-esperienziale nella teorizzazione psicoanalitica. Mentre il primo termine si riferisce al modello rappresentazionale di Sandler e Joffe, il secondo implica meccanismi, strutture e apparati. Il mondo non-esperienziale è innatamente inconscio, benché esso non sia rimosso o inibito dinamicamente. La distinzione tra fantasia (conscia o inconscia) e funzione organizzatrice sottostante (il fantasticare), ne è un evidente esempio.
Il modello chiarisce che l’agente del cambiamento non è fare l’esperienza; il cambiamento è determinato da strutture del mondo non-esperienziale che causano cambiamenti corrispondenti in quello esperienziale. Così, la rappresentazione del Sé non può essere di per sé un agente modificativo, ma è un’entità che determina il modo in cui agiscono i meccanismi della mente. Questo articolo, pone il modello di Sandler in una posizione relativamente chiara di fronte alla dicotomia di Greenberg e Mitchell (1983) tra modello pulsionale e modello relazionale. Il modello di Sandler pone le formulazioni relazionali dentro la cornice di una psicologia strutturale, anche se notevolmente modificata rispetto a quella di Freud, Hartmann, Kris, Loewenstein e Rapaport. Nel modificare la teoria strutturale, Sandler si rifiuta di abbandonare l’ambizione della psicoanalisi di essere una psicologia generale delle strutture e dei processi mentali di base.
In articoli successivi, Sandler ha largamente utilizzato quest’importante distinzione. Per esempio, in un articolo su “La Struttura degli Oggetti Interni e Relazioni Oggettuali Interne” (Sandler, 1990), ha reso chiaro il suo modo di vedere gli oggetti interni come “strutture” del mondo non-esperienziale, benché costruiti sulla base dell’esperienza soggettiva, conscia o inconscia. Una volta create, queste strutture non-esperienziali possono modificare l’esperienza soggettiva, inclusa la percezione che il bambino ha degli oggetti attuali. La distinzione tra mondo esperienziale e mondo non-esperienziale resta un concetto chiave per Sandler. Nel suo ultimissimo articolo, presentato in occasione dell’ottantesimo compleanno di Hanna Segal, parla del tentativo della dr.ssa Segal di collegare il modello linguistico di Chomsky al concetto di fantasia inconscia. Sandler è, qui, molto acuto nel mettere in evidenza che la struttura profonda dell’inconscio è interamente non-esperienziale.
Da una prospettiva un po’ diversa, ho avanzato l’opinione, insieme con altri colleghi, che il cambiamento psichico può essere compreso come qualcosa che accade su due livelli. Cambiamenti relativamente rapidi sono i cambiamenti di rappresentazioni mentali, cambiamenti della forma della rappresentazione del Sé, della rappresentazione degli altri, o i collegamenti tra le due. Questo corrisponde al mondo esperienziale di Sandler. Il cambiamento psichico capita anche a livello dei processi mentali. I processi mentali sono i meccanismi psicologici che generano le rappresentazioni mentali. Abbiamo usato la metafora di uno strumento musicale: la melodia è la rappresentazione mentale, lo strumento è il processo mentale. I cambiamenti nei processi mentali sono per definizione non esperibili. Tra le modifiche della forma generale, della qualità, della coerenza e integrità di una particolare categoria di rappresentazioni mentali, sono rilevanti, per esempio, quelle associate con gli affetti, con le percezioni dell’oggetto e con i contenuti della mente in sé e nell’altro. Questi cambiamenti non-esperienziali sono ottenuti a caro prezzo, ma, forse, sono i più durevoli e si collegano alla tradizionale formulazione di cambiamento strutturale.
Rappresentazioni delle Relazioni Oggettuali Passate e Presenti
Attualizzazione e Risposta di Ruolo
Un concetto chiave, nella seconda fase degli scritti di Sandler, è quello di attualizzazione, nel senso di “rendere reale” o “realizzare in azione”.
Sandler (1976b) intravede le radici del concetto di attualizzazione nel settimo capitolo dell’Interpretazione dei Sogni di Freud (1900), dove l’appagamento di desiderio in fantasia è visto come una ripetizione della percezione collegata alla soddisfazione del bisogno. Sandler suggerisce che sognare procura soddisfazione perché il sognatore osserva il proprio sogno, raggiungendo così un’identità di percezione.
Sandler ha fatto uso eccellente del concetto di attualizzazione in un articolo sulla risposta di ruolo che appare all’incirca nello stesso periodo (1976a). In questo lavoro di notevole influenza, egli mostra come il desiderio dei pazienti di attualizzare una fantasia inconscia, crei la relazione di ruolo. Essi pongono sé stessi e l’analista in una specifica relazione che attualizza una serie di bisogni e di difese. Il paziente tenta di agire sul mondo esterno per determinare dei cambiamenti volti a renderlo conforme alla sua fantasia inconscia. Sandler (1967a) suggerisce che gli analisti dovrebbero permettersi una “rispondenza libera e fluttuante”, per mezzo della quale accettare – almeno in parte – e riflettere sul ruolo a loro assegnato e farne buon uso per la comprensione dei loro pazienti. Qui è d’importanza cruciale quella parte della mente del paziente che è deputata all’esplorazione e alla comprensione della situazione analista-paziente nella sua totalità, poiché è l’intera relazione di ruolo che rappresenta l’identità di percezione con la fantasia inconscia. Il controtransfert può allora essere inteso come una parte di questo processo, che va di là della situazione clinica e riflette il normale funzionamento inconscio della mente.
Relazione Oggettuali Interne
In un articolo che pone le basi per importanti sviluppi, scritto con Anne-Marie Sandler (1978), Joseph Sandler ha dimostrato l’immenso valore euristico della loro ampliata idea di motivazione. Lo schema di riferimento fornito dalla rappresentazione e dal concetto d’identità di percezione offre una nuova e ingegnosa teoria delle relazioni oggettuali interne. Egli mostra come le fantasie di desiderio siano rappresentate da interazioni tra Sé e oggetto il cui scopo principale è di determinare uno stato affettivo primario “buono”, tenendo a distanza quello cattivo. In questo modo, nella rappresentazione mentale che concretizza il desiderio, l’oggetto gioca un ruolo importante, quanto quello del Sé. Quindi, le relazioni oggettuali non sono solo il soddisfacimento di desideri istintuali ma, anche, dei bisogni di sicurezza, di rassicurazione e di conferma. Questi bisogni, anche se, talvolta, in forma molto mascherata, si accompagnano all’attualizzazione della relazione infantile desiderata.
Le relazioni manifeste sono derivati delle sottostanti relazioni di ruolo di fantasie di desiderio. Poiché queste rappresentazioni si rinforzano durante il corso dello sviluppo, la personalità si forma e l’individuo diventa sempre più rigido nelle richieste di ruolo, per sé e per gli altri. In questo modo, i tratti di carattere possono essere compresi come strutture ben stabilizzate di risposte di ruolo che attualizzano la rappresentazione di una relazione desiderata, che a sua volta è il derivato di una presente fantasia inconscia (Sandler, 1981).
Le strutture psicologiche che rappresentano queste relazioni desiderate non sono semplici percezioni dell’interazione tra il bambino e i genitori. Le percezioni di queste relazioni sono soggette alle trasformazioni difensive che derivano dal bisogno dell’Io di gratificare i desideri inconsci, ma anche di difendersi da loro. Le modificazioni difensive si manifestano in risposta alle sottostanti rappresentazioni mentali intrapsichiche. Poiché le strutture che danno forma al Sé e alle altre rappresentazioni interne sono, in parte, determinate dalla vita di fantasia del bambino, l’oggetto, così come è rappresentato nella mente del bambino, è una distorsione che a volte deriva, quasi totalmente, dalle costruzioni di fantasia. L’immagine dell’oggetto può essere distorta affinché essa possa rappresentare degli aspetti scissi dell’immagine inconscia del Sé che normalmente farebbero insorgere sentimenti spiacevoli (p.e., senso di colpa o vergogna). Così, la relazione manifesta, che appare nel setting psicoanalitico (o nelle relazioni di tutti i giorni), è molto spesso una versione, fortemente mascherata, di una fantasia inconscia – originariamente rappresentata in termini di relazione – piuttosto che una semplice ripetizione di modelli interiorizzati di relazioni interpersonali. Tuttavia, il modello interno che ne risulta può servire a creare l’illusione che l’oggetto d’amore sia presente.
La straordinaria utilità di questo schema di riferimento è ben evidenziata dalla sua capacità di fornire una soddisfacente spiegazione degli aspetti più sconcertanti del comportamento umano. Molti “dialoghi”, come li chiama Sandler (1990), tra il Sé e l’oggetto sono estremamente dolorosi eppure paradossalmente mantenuti dai pazienti. Egli evidenzia che essi procurano sicurezza perché permettono al paziente di continuare a sentire la presenza dell’oggetto. Sono necessari, anche se colpevolizzanti o persecutori, perché, in fantasia, l’oggetto interno, attraverso questa sua presenza, può continuare a funzionare come l’incarnazione di aspetti inaccettabili della rappresentazione del Sé, aumentando, così, l’esperienza di totale sicurezza dell’individuo in condizioni di economia mentale degli affetti. In più, la loro continuità può accrescere la sicurezza anche solo grazie alla familiarità della loro presenza.
Identificazione Proiettiva
La formulazione dell’identificazione proiettiva fatta da Sandler (1987) è un tentativo, particolarmente proficuo, di collegare un dominante concetto kleiniano al sofisticato punto di vista rappresentazionale, ora generalmente adottato dalla maggior parte dei teorici. Sandler presenta delle osservazioni cliniche in cui lo psicoanalista fa esperienza di sentimenti attribuibili, più appropriatamente, al paziente e che sono una fantasia di desiderio del paziente stesso, che include l’analista. La fantasia implica, nella mente del paziente, una modificazione della rappresentazione dell’oggetto, in modo che esso contenga aspetti non voluti della rappresentazione del Sé. Per realizzare tale fantasia, il paziente cerca di far sì che il comportamento dell’analista sia conforme alla rappresentazione distorta. Mantenere i confini tra Sé e oggetto è essenziale affinché questo meccanismo possa adempiere la sua funzione difensiva di dissociare da aspetti non desiderati del Sé, mantenendo l’illusione di controllarli grazie al controllo dell’oggetto.
Questo concetto può anche essere illustrato nel contesto della trasmissione trans generazionale delle rappresentazioni che si evidenzia nell’infanzia (Fraiberg, Adelson e Shapiro, 1975; Sandler, 1994). La relazione che la madre stabilisce con il suo bambino è basata sulla rappresentazione che lei ha delle sue passate relazioni di attaccamento. Nel rapportarsi con lui, la madre può modificare la rappresentazione del suo bambino, rendendola identica a un aspetto di sé non desiderato. Può, allora, fare in modo che il bambino si comporti compatibilmente con le sue rappresentazioni distorte. Naturalmente, questo processo opera in entrambi i sensi; di quando in quando, il bambino può essere obbligato a distorcere le rappresentazioni che ha di chi si cura di lui in modo da affrontare affetti difficili da governare e a determinare negli adulti reazioni comportamentali che confermano l’esattezza delle sue rappresentazioni mentali. Questo modello di rappresentazione è fondamentalmente dinamico, poiché, ciò che il bambino sente come ingovernabile non è per nulla assoluto, ma, piuttosto, dipende fortemente da ciò che è sentito ingovernabile e inaccettabile in lui, da chi se ne prende cura. Gradatamente, attraverso questo processo, la rappresentazione del Sé del bambino può assomigliare, sempre più, a quella di chi ha cura di lui. Il processo dialettico che c’è, internamente, tra la rappresentazione del Sé e le altre rappresentazioni (dentro lo schema delle rappresentazioni delle interazioni tra loro) favorisce, in entrambi gli individui, un complesso di rappresentazioni della medesima forma.
Abbiamo trovato il modello di Sandler dell’identificazione proiettiva molto prezioso per la comprensione dell’attaccamento disorganizzato. Sandler non fa distinzioni tra l’identificazione proiettiva in cui è in gioco la rappresentazione interna di una relazione da quella, più primitiva, in cui una parte non accettata del Sé è sentita all’esterno piuttosto che all’interno. Altrove, abbiamo suggerito che un modello dialettico dello sviluppo del Sé, dove il Sé è visto come modellato dal rispecchiamento dell’altro (Davidson, 1980; Cavell,1994), genera, inevitabilmente, una struttura del Sé disorganizzata e frammentata quando l’altro non è perfetto in questa riflessione del Sé. Siccome questo è quello che, quasi invariabilmente, succede è impensabile che la struttura del Sé possa essere senza difetti. In genere, si ritiene che quando questo rispecchiamento risulta difettoso, ciò che è internalizzato (introiettato) nel Sé è l’altro, che, però, è vissuto come una parte del Sé (Winnicott, 1956; Jacobson, 1964). L’esternalizzazione di questa parte aliena del Sé, attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva, è rassicurante perché tale parte scissa del Sé può essere esperita come se fosse al di fuori, nell’oggetto che è controllato e spinto a essere in linea con la proiezione voluta (Fonagy e al., 2002). In questo contesto, il senso di sicurezza, che può fornire l’esperienza di vedere una parte disturbante di sé stesso al di fuori, anziché, dentro di sé, può essere molto più importante della relazione che è stata creata con l’identificazione proiettiva. Abbiamo suggerito che più sono disorganizzate le relazioni precoci di attaccamento, più è frammentata la struttura del Sé, più l’identificazione proiettiva avrà una semplice funzione di evacuazione, piuttosto che di creare una relazione di ruolo in cui è esternalizzata una relazione tra sé e l’altro.
Il Modello delle Tre Scatole
In una serie di dotti articoli pubblicati negli anni settanta, Sandler e i suoi collaboratori (principalmente Alex Holder e Chris Dare) hanno fatto il tentativo più coerente, nella storia della disciplina, di definire gli schemi di riferimento della psicoanalisi classica (Sandler, Holder e Dare, 1972, 1973a, b, c, 1975, 1976; Sandler, Dare e Holder, 1972b, 1974, 1978, 1982; Sandler, 1974). Questo lavoro è culminato in un importante articolo di Sandler e Sandler (1984) che mette in evidenza le incongruenze che sono sorte come diretta conseguenza dell’uso corrente di questi schemi di riferimento incompatibili tra loro.
Sandler e Sandler (1984) propongono uno schema di riferimento molto più coerente nel distinguere due aspetti del funzionamento inconscio. Il primo sistema o “scatola” consiste in “quelle reazioni infantili, desideri o fantasie di desiderio infantili, che si sono sviluppate precocemente nella vita e sono il risultato di tutte le trasformazioni avvenute durante quel periodo, per opera delle attività difensive e d’altri processi modificatori.” (p. 418). Questo sistema è il bambino dentro l’adulto, primitivo, in termini di struttura mentale, ma in nessun modo limitato alle sole pulsioni sessuali e aggressive.
Sandler e Sandler (1987) vedono il sistema come costituito da fantasie inconsce d’appagamento di desiderio, di risoluzione di problemi, di rassicurazione e d’aspetti difensivi. In verità, esso incarna l’Io del bambino piccolo, come pure la struttura del Super-io dei primi anni. Dal punto di vista della raffinatezza cognitiva, le rappresentazioni, all’interno di questa struttura, sono meno elaborate e sono dominate dalle teorie infantili.
Mai direttamente accessibile alla coscienza, il sistema è essenzialmente immutabile. Tuttavia, quello che può cambiare è il modo in cui la psiche dell’adulto accoglie i derivati dell’inconscio passato.
Il secondo sistema o “scatola” è pure inconscio; le rappresentazioni al suo interno possono essere, più o meno, soggette alla censura. È equivalente all’Io inconscio di Freud, ma contiene, anche, rappresentazioni inconsce normalmente attribuite al Super-io. Differisce dal primo sistema perché è orientato al presente, piuttosto che al passato. Al suo interno, sono creati i compromessi per la risoluzione dei conflitti, facilitando, in questo modo, l’adattamento intrapsichico; il più importante di questi è la creazione e la modificazione di fantasie e pensieri inconsci attuali.
Mentre, nel primo sistema gli stimoli esterni possono innescare fantasie inconsce passate, nel secondo sistema comportano la modificazione costante delle rappresentazioni dell’interazione Sé-oggetto che sono, così, meno perentorie e dirompenti dei prodotti mentali del primo sistema. Esso è cognitivamente più coinvolto e più attentamente connesso, con le rappresentazioni della realtà attuale. Esso condivide, anche, la proprietà dei sistemi inconsci di tollerare le contraddizioni.
La natura della seconda censura, che si trova al confine con il terzo sistema, si differenzia, qualitativamente, da quella che si trova al confine tra il primo e il secondo. Mentre quest’ultima può essere immaginata come analoga alla barriera della rimozione di Freud, la prima è, principalmente, orientata all’evitamento della vergogna, dell’imbarazzo e dell’umiliazione. Il terzo sistema è conscio e il suo grado d’irrazionalità è solo quello che può essere permesso dalle convenzioni sociali.
Il significato clinico di questa distinzione si evidenzia da sé. La prima scatola è una continuazione del passato nel presente. Essa è priva della cognizione di bisogno d’adattamento perché è basata sugli aspetti infantili del Sé del bambino. La seconda scatola è l’inconscio presente, costituito dagli adattamenti, qui e ora, ai conflitti e alle angosce scatenati nella prima scatola. Ne consegue che il materiale presente in questa parte della mente è, probabilmente, quello di più facile accesso alle interpretazioni e quindi, deve essere considerato quello più appropriato per gli interventi – ed è così a maggior ragione, poiché l’autorevolezza dell’analista, fornendo un’atmosfera di tolleranza che indebolisce le inibizioni che sono fondate sulla vergogna, sull’imbarazzo e sull’umiliazione, mette il paziente, o la paziente, in grado di superare la seconda censura. Le interpretazioni, anche quelle nell’ambito del transfert, che tentano di accedere direttamente alle presunte fantasie perentorie o di rivolgersi direttamente al bambino dentro senza prima rivolgersi ai loro derivati nel secondo sistema, inevitabilmente, confondono le due forme di inconscio riducendo, così, l’incisività dell’intervento.
Fantasie Inconsce
In un precedente articolo sulla metapsicologia della fantasia (Sandler e Nagera, 1963), Sandler, per primo, distinse tra fantasie che sono descrittivamente inconsce e fantasie che, derivando da un atto di rimozione, possono essere chiamate dinamicamente inconsce.
Le fantasie che hanno origine nel sistema inconscio, forniscono il contenuto ideativo di desideri insoddisfatti ma non costituiscono un appagamento di desiderio; esse, piuttosto, rappresentano l’esperienza gratificante. Per contro, le fantasie preconsce sono tentativi di soddisfacimento di desiderio o derivati di fantasie di soddisfacimento di desiderio. Ovviamente, le fantasie preconsce, in qualche modo, riflettono il fallimento del soddisfacimento di desiderio, poiché, incorporano derivati modificati difensivamente. Ciò che è dinamicamente inconscio agisce come fonte di ciò che è preconscio o descrittivamente inconscio, che spinge verso la coscienza per raggiungere l’identità di percezione.
L’articolo di Sandler e Nagera distingueva, anche, tra fantasie consce (o sogni a occhi aperti che, grazie all’allentamento dell’esame di realtà, creano immaginarie situazioni di soddisfacimento di desiderio nella consapevolezza della loro irrealtà), fantasie preconosce, descrittivamente inconsce (sogni a occhi aperti inconsci) e fantasie inconsce (fantasie preconsce rimosse che, una volta rimosse, funzionano come ricordi di gratificazione e cui possiamo attribuire il nome di “fantasie” solo perché sono la fonte di fantasie consce e preconosce). Il processo del fantasticare inconscio era visto come una funzione dell’Io localizzata nell’Io inconscio e comprendente forme di pensiero sia infantili che più mature – che è un costante movimento, “avanti e indietro”, dentro il sistema preconscio. Sandler, nel 1975, in un capitolo sulle fantasie sessuali e nell’importante articolo del 1983 sui collegamenti tra teoria e pratica psicoanalitica, ha rafforzato l’importanza di riconoscere che non tutte le fantasie inconsce di soddisfacimento di desiderio si possono ricondurre alle pulsioni sessuali o aggressive; invece, alcune possono essere il soddisfacimento di desideri di sicurezza che proteggono contro le minacce all’autostima portate da sentimenti di colpa e di vergogna o, anche, dal mondo esterno.
Con lo sviluppo del modello delle tre scatole, il concetto di fantasia inconscia ha potuto essere ulteriormente elaborato (Sandler e Sandler 1986). Le fantasie inconsce della seconda scatola (l’inconscio presente) funzionano, adattativamente, richiedendo costanti modificazioni delle rappresentazioni Sé – Oggetto, in modo da ristabilire, continuamente, l’equilibrio dell’individuo; proprio come un giroscopio stabilizza un oggetto fisico grazie alla forza centrifuga e centripeta. Le urgenze e le fantasie perentorie dell’inconscio passato disturbano l’equilibrio mentale, ma sono elaborate nel secondo sistema al fine di ristabilire l’omeostasi. I desideri e gli impulsi che sorgono dagli strati più profondi dell’inconscio presente, minacciano l’equilibrio dell’individuo. A queste fantasie è dinamicamente impedito l’accesso alla coscienza dal giudizio sociale internalizzato della seconda censura. Per esempio, come reazione a una ferita narcisistica, fantasie grandiose e onnipotenti aiutano a restaurare l’equilibrio, ma, diventando incompatibili con il pensiero più maturo del bambino, sono tenute fuori della coscienza; per essere ammesse alla coscienza, esse sono ampiamente modificate (rese plausibili attraverso la razionalizzazione).
Le fantasie inconsce, che sono state modificate dall’attività difensiva, sono gratificate dalla creazione di una realtà compatibile con loro, per mezzo dell’esternalizzazione (attualizzazione) e rendendo plausibili tali azioni grazie alla razionalizzazione. I fenomeni psicotici hanno una funzione equilibratrice simile, ma in loro è sacrificata la plausibilità sociale.
Concetti Clinici
Transfert
In una monografia di grande acume, basata su una serie di articoli pubblicati sul British Journal of Psychiatry, negli anni settanta, Sandler, insieme a Chris Dare e Alex Holder, esamina, accuratamente, molti concetti psicoanalitici fondamentali (Sandler, Dare e Holder, 1973). Una produttiva collaborazione con Ursula Dreher porta a una nuova edizione di questo testo largamente usato. Molti dei concetti lì trattati, meriterebbero di essere presentati qui, ma a causa dello spazio limitato, mi concentrerò solamente su alcuni di essi.
In un articolo del 1969, insieme con un certo numero di colleghi del Centro Anna Freud, Sandler rivide il concetto di transfert (Sandler e al., 1969). L’articolo confrontava il transfert nella situazione analitica con il transfert nella vita di tutti i giorni illustrando quali problemi possono sorgere nell’applicare uno schema di riferimento metapsicologico a un concetto clinico. L’uso clinico e tecnico del termine copre un largo spettro di esperienze che riguarda tutte le relazioni d’oggetto in generale. Sandler e i sui colleghi hanno identificato un certo numero di fenomeni che rappresentano dimensioni di transfert che andrebbero distinte sia per ragioni tecniche che concettuali (p.e., spostamento di desideri, conflitti, o reazioni ad altri, esternalizzazione di parti del sistema rappresentazionale, transfert di carattere, le cosiddette relazioni reali e l’alleanza terapeutica). Riformularono la questione di che cos’è e cosa non è transfert, chiedendosi “Quali dimensioni della relazione entrano nella speciale e artificiale situazione analitica? E come sono coinvolte nel processo di trattamento?” (pag. 643). Così, la ripetizione di relazioni passate, con le difese contro di esse, è solo una delle dimensioni di un fenomeno complesso.
L’elaborazione del modello delle relazioni oggettuali interne, porta Sandler (1990) a riformulare il concetto di transfert. Secondo Sandler, i pazienti, attraverso l’attualizzazione nella situazione analitica, gratificano le loro fantasie di desiderio inconsce per mezzo di un’identità di percezione mascherata (Sandler, 1976b, 1990). Il riconoscimento di queste relazioni oggettuali interne, nel transfert non costituisce un atto di percezione da parte dell’analista ma, piuttosto, una costruzione, uno schema di riferimento imposto al materiale portato dal paziente.
Sandler sviluppò, ulteriormente, il significato di questa distinzione. Le costruzioni concernenti il mondo interno del paziente appartengono a uno stato attuale delle sue relazioni, non a ricordi, anche se questo stato attuale delle relazioni è contrassegnato da caratteristiche infantili e, chiaramente, implica un oggetto che riguarda l’infanzia (una figura parentale onnipotente o pericolosa e persecutoria). La ricostruzione, benché frequentemente confusa con la costruzione, procura una prospettiva temporale nel riscoprire lo stato delle relazioni del passato storico.
Anche la distinzione tra inconscio presente e inconscio passato aiuta nella comprensione del transfert (Sandler e Sandler, 1984).
Le fantasie transferali inconsce sono parte dell’inconscio presente con il loro scopo di ristabilire l’equilibrio psichico attraverso la manipolazione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto. Esse sono tenute lontano dalla coscienza e sono espresse in forma mascherata perché violano i principi della seconda censura che protegge la coscienza dalla vergogna e dall’umiliazione. Sandler e Sandler (1987) mostrano come il continuo sforzo del paziente ad attualizzare le fantasie di desiderio dell’inconscio presente fa dell’analisi del transfert la via più convincente per la comprensione dell’inconscio presente. La stratificazione gerarchica delle fantasie inconsce della seconda “scatola” implica che le interpretazioni di transfert dovrebbero essere il più vicino possibile all’attuale centrale conflitto e alle resistenze immediate del paziente. Il presente andrebbe, sempre, interpretato prima del passato. Il passato andrebbe portato in primo piano solo per chiarire ciò che accade nell’attualità.
All’interno di questo schema di riferimento, l’analista e il paziente sono visti nel loro creare, congiuntamente, un modello esteso del Sé e del mondo del paziente. Come risultato, il paziente acquista una visione delle parti infantili del Sé che, frequentemente, è ripudiata, ma che, nel contesto clinico, è resa accettabile dall’atteggiamento tollerante dell’analista.
Controtransfert e Vicissitudini del Senso di Colpa
In un articolo che integra i loro scritti sulle relazioni d’oggetto interne e sull’inconscio presente e passato, Sandler e Sandler (1987) presentano una breve ma molto sofisticata descrizione del ruolo del senso di colpa nel lavoro psicoanalitico. Essi distinguono il senso di colpa accessibile all’interpretazione, visto come parte dell’inconscio presente, dall’ipotetico senso di colpa primitivo, impresso nelle fantasie arcaiche, dell’inconscio passato, che non può essere percepito ma solamente immaginato e ricostruito.
I Sandler rilevano numerose manovre per proteggersi dall’influenza destabilizzante del senso di colpa. Tutte mirano a modificare la rappresentazione dell’interazione Sé-oggetto (la fantasia inconscia) in modo da ristabilire l’omeostasi. Esse possono includere sentimenti di colpa attuali che sono provati per qualcosa di diverso dalla causa originaria. Nelle reazioni masochistiche, la colpa è espiata attraverso l’indirizzo dell’aggressività e del sadismo contro il Sé.
Le risposte di ruolo possono giocare una parte importante, provocando le critiche da parte di altri, quando la fantasia inconscia del Sé di essere rimproverato o disprezzato dall’introietto, “trapela” senza la consapevolezza del paziente. L’analista, nel suo controtransfert, può avere la consapevolezza di provare dei sentimenti di critica verso il paziente. Talvolta, la fantasia modificata può alleviare la colpa grazie a una sua ulteriore modifica, in modo che essa rappresenti una critica ingiusta; il paziente può attualizzare questa fantasia provocando delle accuse ingiuste che gli fanno avere sentimenti di rivendicazione e di auto giustificazione.
Tutte queste rappresentazioni possono essere comprese dall’analista, ma non sono percepite dal paziente se non con la loro interpretazione.
Regressione
I contributi di Sandler sono tutti fortemente orientati evolutivamente. Da nessuna parte questo è così chiaro come negli articoli sulla regressione. Il primo (Sandler e Joffe, 1965b) affronta i fenomeni ossessivi nei bambini e richiama il concetto di regressione funzionale di aspetti dell’Io (pag. 145). Questo modello suggerisce che modi particolari di funzionamento dell’Io possono essere associati a vari gradi di piacere, creando, così, un potenziale ritorno a quel modo di funzionare, alla stessa stregua della regressione pulsionale. I bambini ossessivi manifestano uno “stile particolare delle funzioni percettive e cognitive dell’Io” che mostra una fissazione dell’Io nel secondo o terzo anno di vita (pag. 436). Negli articoli di Sandler sulla depressione e sull’individuazione (Joffe e Sandler, 1965; Sandler e Joffe 1965a, b), la regressione è descritta come una risposta alla frustrazione e alla sofferenza che nasce dalla necessità di rinunciare ai primitivi stati ideali, magici e onnipotenti, in favore del riconoscimento della realtà; essa tenta di evitare il senso d’impotenza e la sua possibile conseguenza, la risposta depressiva. Certi modi di funzionamento dell’Io producono sentimenti di sicurezza e di padronanza e possono, così, esercitare un’azione di tirare indietro tanto quanto possono fare le fissazioni libidiche.
Sandler e Joffe (1967) sono stati i primi a riconoscere pienamente le importanti implicazioni teoriche della nozione di persistenza di Freud (1933), quando mettono in evidenza che “le strutture psicologiche, nel normale corso degli eventi, non vanno mai perdute e che, invece, si creino nuove strutture supplementari, di crescente complessità, che nel corso dello sviluppo si sovrappongono a quelle più antiche. L’organizzazione più complessa che ne deriva, non deve, soltanto, fornire mezzi efficaci di scarica di controllo, ma deve anche comprendere sistemi d’inibizione nei confronti dell’utilizzazione delle strutture precedenti” [pag. 264].
Quindi, dal punto di vista di Sandler, la regressione è una disinibizione della struttura più antica, piuttosto che una reale inversione o movimento a ritroso a quella struttura. La nozione di persistenza ha continuato a occupare una posizione centrale nel pensiero di Sandler. Per esempio, nel suo discorso presidenziale al Congresso dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale (1993), ha mostrato come l’identificazione primaria caratterizzi, invariabilmente, le percezioni interpersonali. Se osserviamo qualcuno che incespica su un ostacolo, automaticamente ci raddrizziamo, dimostrando il persistere della presenza di primitive modalità di pensiero che possono essere incorporate nel molto più elaborato processo di empatia.
Nel 1994, Sandler e Sandler estesero la nozione di persistenza applicando la distinzione tra inconscio passato e inconscio presente al fenomeno della regressione. Come si osserva clinicamente, la regressione (cioè, la regressione manifesta) non è un tornare indietro nel tempo ma, piuttosto, un allentare il ruolo anti regressivo dell’Io. Questa funzione anti regressiva, che blocca il funzionamento dell’individuo a livelli di sviluppo inferiori (usando strutture che sono persistite attraverso lo sviluppo), è centrale per il fenomeno della resistenza in psicoanalisi. Così, la psicoanalisi può essere vista come il mezzo per mettere in grado il paziente di allentare, al servizio dell’analisi, il funzionamento anti regressivo. Permettersi di tollerare, coscientemente, dei desideri inconsci che prima erano intollerabili, mette in condizione di poter trovare migliori soluzioni o compromessi a conflitti tra fantasie di desiderio e motivi difensivi di auto protezione. Quindi, la regressione benigna, o l’allentamento controllato della funzione anti regressiva, è un agente centrale del cambiamento terapeutico.
Contributo all’Epistemologia
Quasi tutti i contributi di Sandler possono essere considerati contributi epistemologici. Il suo scopo principale sembra essere stato quello di spogliare la psicoanalisi da confusioni concettuali, circoli viziosi e reificazioni. Lo schema dei suoi scritti è stato quello di esplorare la storia di un termine o di un concetto in psicoanalisi e poi di studiare con cura i multiformi e scambievoli significati che gli sono stati attribuiti. Avendo analizzato i cambiamenti storici nella terminologia, egli spiega come siano emersi malintesi o siano state fuse insieme discussioni di livelli differenti di astrazione. Poi, con un numero minimo di assunti, propone un modello molto economico che racchiude i molteplici usi dei differenti significati del concetto in esame.
Un buon esempio di questo approccio è il suo articolo, sul concetto psicoanalitico di oralità, scritto con Christopher Dare (Sandler e Dare, 1970).
Forse, è stata la sua esperienza alla Clinica Hampstead, insieme alla sua crescita intellettuale nel tumulto teoretico della Società Psicoanalitica Britannica, che ha portato Sandler all’importante intuizione che molti degli sviluppi teorici psicoanalitici sono preceduti dalla costruzione inconscia di teorie parziali che si evolvono nella mente degli analisti in formazione, nel loro sforzo di sviluppare dei modelli della mente dei loro pazienti. Nel suo articolo, spesso citato, sulle relazioni tra concetti e pratica in psicoanalisi (Sandler, 1983), egli mostra come tali proto-teorie siano necessarie e come sia necessaria la simultanea esistenza di costruzioni teoriche preconosce, incompatibili tra loro, nella mente di molti analisti. La prova di questa eterogeneità nei modelli della mente degli analisti, può essere trovata, prontamente, nell’uso di vari concetti psicoanalitici i cui significati non possono essere tratti senza considerare anche il loro contesto clinico. Il livello di corrispondenza tra la “teoria ufficiale” e tali intuizioni di prova determina la probabilità della loro emergenza nella coscienza. L’articolo di Sandler, è un tributo alla tolleranza dell’ambiguità, tolleranza richiesta da teorici come lui che portano contributi essenziali spiegando idee che, per quanto comunemente si abbiano, rimangono inaccessibili a molti di noi.
Sandler è stato un elemento di un numero, sfortunatamente ristretto, di psicoanalisti pienamente impegnati sull’importanza della ricerca che completa il lavoro clinico. Fondamentalmente, è stato un empirista. Egli considerava la teoria psicoanalitica come uno schema di riferimento da applicare alle osservazioni “siano esse diagnostiche, terapeutiche, didattiche o di ricerca” (Sandler, 1960b, p. 128; Sandler, 1962). Egli riconobbe il ruolo del setting, oltre che come stanza di consultazione, anche come un mezzo per verificare ipotesi psicoanalitiche: “gli psicoanalisti costruiscono costantemente ipotesi psicologiche e qualsiasi luce possa essere fatta su queste ipotesi, sia nella stanza di consultazione, sia in laboratorio, può essere d’immenso valore” (Sandler, 1960b, p. 150).
Conclusioni
Sandler ha sviluppato una psicologia dei sentimenti, delle rappresentazioni interne e dell’adattamento attentamente legata ai comportamenti della coppia analitica nella situazione analitica. Oltre ad aver contribuito al cambiamento dei nostri punti di vista sulla teoria psicoanalitica, egli ne ha, anche, influenzato la tecnica. Il suo concetto di rispondenza di ruolo, è in sintonia con la sua idea che il mondo interno implichi rappresentazioni interne del Sé e dell’oggetto, di azioni tra di loro e degli affetti che si sviluppano in conseguenza di tali azioni. Il modello di struttura psichica delle “tre scatole”, che evidenzia l’importanza della distinzione tra inconscio presente e inconscio passato, portò al fecondo riesame di ulteriori concetti clinici e metapsicologici, inclusi i concetti di transfert e controtransfert. In fine, Sandler è stato di valido aiuto nella formazione di un’apposita squadra di ricercatori analitici i cui contributi stavano iniziando a influenzare le idee analitiche. Egli è stato una forza di collegamento nel mondo psicoanalitico, tentando di trovare le connessioni tra idee apparentemente contrastanti e aiutando a ridurre il divario tra gli psicologi dell’Io americani, i kleiniani britannici e i teorici delle relazioni oggettuali. Forse, una valutazione più radicale del suo impegno potrebbe attribuirgli l’intento della preparazione di una base teorica per l’emergere di una teoria psicoanalitica relazionale.
Nessuna valutazione dei contributi di Joseph Sandler sarebbe completa senza la menzione di sua moglie, Anne-Marie Sandler. Naturalmente, molti dei lavori chiave sono stati scritti insieme a lei, incluso l’articolo sul modello delle “tre scatole” (Sandler e Sandler, 1983), il libro sulle relazioni d’oggetto (Sandler e Sandler, 1998), l’articolo sui ricordi (Sandler e Sandler, 1997) e così via. La descrizione caricaturale della loro associazione come di un teorico (JS) e di un clinico (AMS) è, davvero, molto lontana dalla realtà. Entrambi erano fermamente ancorati sia alla pratica che alla teoria. Anne-Marie ha contribuito a dare, al loro modello delle relazioni oggettuali, sia un timbro profondamente evolutivo, sia una prospettiva umana, quasi relazionale, altamente centrata sul transfert come il suo lavoro clinico ben rappresenta. La sua prospettiva, influenzata dalla sua esperienza personale come allieva di Jean Piaget e il suo immutato entusiasmo per l’analisi dei bambini, ha aggiunto un realismo alle ipotesi evolutive e una fondatezza alla descrizione degli incontri interpersonali che è abbastanza rara negli scritti psicoanalitici.
Sandler è stato un rivoluzionario silenzioso ma, tuttavia un rivoluzionario. All’inizio della sua carriera, la psicoanalisi era dominata da una teoria meccanicistica degli affetti, delle relazioni e del lavoro clinico che era insostenibile. Dalla sistematizzazione delle conoscenze disponibili e dal loro esame riguardo alle osservazioni cliniche, Sandler ricavò un nuovo modello che, a chi lavorava con lui, sembrava essere poco più che una coerente riesposizione d’idee già esistenti. In ogni modo, spostare la psicoanalisi al livello delle rappresentazioni e riconcettualizzare la motivazione come organizzata dal desiderio di sicurezza, piuttosto che dalla riduzione dell’angoscia o della tensione, ha creato un ambiente profondamente diverso per gli sviluppi della teoria e della pratica. In particolare, comprendere le relazioni correnti, per quanto disorientanti, disadattanti o perverse, come motivate dal senso di sicurezza che tali schemi di relazione possono procurare, ha permesso di considerare la relazione effettiva, esistente tra paziente e analista, come il principale elemento organizzatore del pensare terapeutico. Questo importante passo avanti ha portato la maggior parte delle scuole psicoanalitiche sulla stessa piattaforma intellettuale per la prima volta dalla morte di Freud. Improvvisamente, ci fu posto per le idee kleiniane sull’identificazione proiettiva, per quelle dei britannici indipendenti sulle condizioni di contenimento e per i concetti di relazione d’oggetto e di Sé psicologico dei nordamericani. Forse, con l’importante eccezione della psicoanalisi francese, la teoria delle relazioni oggettuali, così com’è stata formulata da Sandler, ha potuto fornire un sentiero comune alla psicoanalisi anglosassone. Un segno del suo successo, è che Sandler è, forse, l’unico psicoanalista a essere regolarmente citato dai kleiniani britannici, dagli autori freudiani nordamericani e da tutti gli altri gruppi. L’attuale rivoluzione psicoanalitica, che ha riportato l’approccio interpersonale sullivaniano alla ribalta psicoanalitica, sarebbe stata inconcepibile senza il lavoro preparatorio determinato dallo spostamento d’importanza, da parte di Sandler, dalle pulsioni agli affetti, dall’Io e il mondo esterno al Sé e agli oggetti e dalle esperienze infantili represse all’inconscio presente. Sandler è stato il condotto tra ciò che rimaneva della prima psicoanalisi del 20° secolo e la psicoanalisi del 21° secolo. Egli merita la nostra gratitudine, non solo per i suoi importanti contributi intellettuali, ma anche per la possibilità che ha dato a tutti noi di diventare quelli che siamo.
Note:
1Peter Fonagy, Ph.D., F.B.A. è Freud Memorial Professor of Psychoanalysis presso l’University College di Londra; Chief Executive presso l’Anna Freud Centre di Londra.
2Sandler (1995) ha unificato le sue considerazioni con quelle della teoria dell’attaccamento.
Il “Background” della sicurezza
Freud, in Inibizione, sintomo e angoscia (1925b) distingue l’esperienza traumatica da quella di pericolo: nella situazione traumatica l’Io è esposto, impotente, a quantità di eccitamento che non possono essere scaricate né in alcun modo controllate; la situazione di pericolo, invece, è quella in cui l’Io anticipa una situazione che non è in grado di padroneggiare, che cioè è potenzialmente traumatica. L’esperienza del trauma, cioè dell’impotenza, è la medesima, qualunque sia l’origine dell’eccitamento che non può essere controllato. Nel corso dello sviluppo sono perfezionati metodi molto specializzati mediante i quali, dice ancora Freud, gli eccitamenti traumatici, la minaccia traumatica che è insita nella situazione di pericolo nonché lo stato affettivo di angoscia che l’accompagna possono essere evitati. La fonte dell’eccitamento potenzialmente traumatico può essere l’Es o gli stimoli provenienti dagli organi dì senso; nella primissima fase indifferenziata1 dello sviluppo, tuttavia, il bambino non fa alcuna distinzione fra gli eccitamenti provenienti da fonti diverse.
Alcune delle tecniche che si sviluppano nell’Io per far fronte agli eccitamenti potenzialmente traumatici sono state studiate in modo dettagliato, in particolare i meccanismi di difesa; tutte le funzioni dell’Io di natura adattiva, incluse quelle della sfera libera da conflitti (Hartmann, 1939), tuttavia, possono considerarsi adibite al padroneggiamento degli eccitamenti. Vorrei, nell’ambito di questa discussione, esaminare in dettaglio una di tali funzioni, forse per certi aspetti la più importante, mediante la quale l’Io controlla e contiene l’eccitamento che potrebbe altrimenti essere traumatico: mi riferisco al processo della percezione che trasforma le sensazioni, prive di organizzazione, quali si originano dai diversi organi di senso, in percetti strutturati e organizzati. Lo sviluppo di una seppur primitiva capacità di percezione è una conditio sine qua non affinché sia possibile differenziare le situazioni di pericolo dall’esperienza del trauma.
Vorrei a questo punto riassumere molto concisamente la mia tesi ricordando che, lungi dall’essere il riflesso passivo nell’Io delle stimolazioni provenienti dagli organi di senso, l’atto della percezione è una vera e propria attività; si tratta cioè di un processo di padroneggiamento ad opera dell’Io mediante il quale l’Io tiene a bada gli eccitamenti, vale a dire i dati sensoriali non organizzati, e si protegge così dall’essere sopraffatto traumaticamente. L’efficace attività percettiva è uno strumento d’integrazione e si accompagna a un ben preciso sentimento di sicurezza, la cui presenza ci è così abituale da divenire qualcosa di scontato, come uno sfondo alla nostra esperienza quotidiana; tale sentimento di sicurezza non consiste nella pura e semplice assenza di malessere o di angoscia ma possiede una ben precisa fisionomia affettiva nell’ambito dell’Io. Possiamo pensare che la maggior parte dei nostri comportamenti quotidiani ha la funzione di mantenere un minimo livello di sentimento di sicurezza; molta parte del comportamento normale e anche molte manifestazioni cliniche (come certi tipi di comportamento psicotico e le tossicomanie) diventano più comprensibili se le consideriamo come tentativi dell’Io per preservare tale livello di sicurezza.
Vorrei proporre, conseguentemente a tutto ciò, ma senza entrare in eccessivi particolari, la nozione di principio di sicurezza come principio che media lo sviluppo del principio di realtà a partire dal principio di piacere.
Si ricorderà che Freud descrisse la sua concezione dell’apparato percettivo nello scritto Nota sul “notes magico” (1924b) dove egli distingue lo “scudo esterno che protegge dagli stimoli”, la “superficie retrostante (il sistema P-C) che riceve gli stimoli” (p. 66), e i sistemi mnestici situati ancora più indietro, che registrano in modo permanente le tracce dell’eccitamento. In Al di là del principio di piacere (1920) Freud ipotizzò che la percezione non fosse di fatto un processo totalmente passivo e tornò su questa ipotesi negli scritti Nota sul “notes magico” e La negazione (1925a). È merito, in particolare, degli psicologi sperimentali l’aver raccolto in questi ultimi venti o trent’anni le prove che convalidano pienamente l’idea che la percezione è un processo attivo dell’Io, una componente della sua attività eminentemente integrativa. È chiaro che esiste un’enorme differenza qualitativa fra la stimolazione sensoriale in entrata che attraversa la barriera protettiva esterna e il percetto che noi formiamo attivamente per modificare e contenere l’eccitamento sensoriale. La percezione, inoltre, non è legata necessariamente agli stati di coscienza tanto che si può parlare di percezione preconscia e inconscia.
Sappiamo che l’atto di percezione costituisce un tentativo di aggiungere “significato” agli eccitamenti in arrivo, nei termini dell’esperienza passata e dell’attività futura. Sappiamo anche che i moti pulsionali e le idee che li accompagnano (la cosiddetta “fantasia inconscia”) possono modificare in modo, sostanziale la forma e il contenuto delle nostre percezioni e che, nell’atto della percezione, segnali sgradevoli e minacciosi possono essere soppressi e aspetti incongruenti essere trascurati.
Possiamo, pertanto, concludere che non è solo una variazione nella quantità di investimento a modificare gli eccitamenti in entrata (come sostiene Freud nel suo scritto sulla Negazione) ma che esiste anche un fattore di organizzazione qualitativa, che agisce sui desideri pulsionali, sui ricordi passati e sulla massa di concetti e schemi organizzati formatisi nell’Io; esso costituisce un quadro di riferimento interno attraverso cui è vagliato il mondo esterno, e che è essenziale a qualsivoglia atto di percezione. La sua formazione è un requisito necessario, per esempio, affinché sia possibile la distinzione fra “Sé” e “non-Sé”.
La caratteristica fondamentale del processo percettivo è pertanto la tendenza a organizzare e strutturare i dati in entrata, provenienti dagli organi di senso; da questo punto di vista l’Io si comporta, nei confronti degli stimoli in arrivo, esattamente allo stesso modo in cui interviene nel modificare i pensieri onirici latenti che trasforma in contenuto manifesto, Esiste un “lavoro percettivo” come esiste un “lavoro onirico”. Questo non ci deve meravigliare se teniamo presente che il bambino ha bisogno di mesi e di anni per arrivare a distinguere con molta fatica le varie fonti di eccitamento, in particolare l’eccitamento pulsionale e 1’eccitamento proveniente dalla realtà esterna. Il fatto che da adulti la nostra attività percettiva si eserciti in modo tanto preciso sul mondo esterno (qui includo nel mondo esterno anche il corpo) mentre non siamo in grado di differenziare con altrettanta chiarezza le stimolazioni provenienti dall’Es, deriva dalla necessità evolutiva di abbandonare il principio di piacere a favore del principio di realtà, e di esercitare di conseguenza l’esame di realtà.
Quando parliamo di investimenti del mondo esterno o degli oggetti di quel mondo, vogliamo in realtà significare l’investimento di rappresentazioni all’interno dell’Io, rappresentazioni che sono state man mano costruite a partire da successive esperienze del mondo esterno; in tali esperienze, tuttavia, la rappresentazione della realtà è stata distorta dai limitati meccanismi intellettuali del bambino, dai suoi ricordi, dai suoi desideri e dalle sue difese. Man mano che il bambino matura ed è in grado di esercitare con successo l’esame di realtà, si può pensare che le sue percezioni rispecchino in modo sempre più accurato gli eventi reali.
Sappiamo, in particolare per merito del lavoro di Piaget, che la percezione che il bambino ha del proprio corpo e del mondo esterno, è distolta non solo per l’interferenza dei suoi bisogni e delle sue fantasie, ma anche per l’interferenza del suo schema di riferimento sviluppatosi in modo inadeguato, uno schema di riferimento che trasforma le sensazioni in percezioni. Lo sviluppo delle capacità di percepire in maniera più differenziata e attendibile e lo sviluppo di un più accurato esame di realtà procedono in parallelo.
Possiamo dire che l’attività d’integrazione sensoriale è coronata da successo quando l’Io riesce a controllare efficacemente e con sicurezza gli eccitamenti (parlo ora di eccitamenti di qualsiasi origine, provenienti dall’Es o dal mondo esterno). Vorrei suggerire l’ipotesi che il successo nell’attività d’integrazione sensoriale non provoca solo una riduzione dell’angoscia, ma concorre allo stabilirsi, all’interno dell’Io, di un sentimento di base, che si potrebbe definire come sentimento di essere in salvo o al sicuro. Si tratta, vorrei sottolinearlo, di un vero e proprio sentimento (non necessariamente cosciente) che sta all’angoscia come lo stato di sazietà e di soddisfazione fisica sta alla tensione pulsionale. Dal punto di vista genetico questo sentimento può considerarsi un derivato delle primissime esperienze di tensione e soddisfacimento; è un sentimento di benessere, una sorta di tono dell’Io. È qualcosa di più che non la semplice assenza di angoscia, è l’espressione, a mio avviso, di una caratteristica fondamentale dell’essere vivente che lo distingue dall’inanimato. È un sentimento che per la sua qualità possiamo contrapporre allo stato affettivo dell’angoscia, che ne è il polo opposto.2
Il concetto di sentimento di sicurezza non è, a mio avviso, identico al concetto di sentimento dell’Io di Federn, anche se i concetti sono avvicinabili. Il sentimento di sicurezza non è a priori connesso con lo stabilirsi dei confini dell’Io o con la coscienza del Sé ma si sviluppa come parte integrante della primaria esperienza narcisistica e deve esistere, in forme rudimentali, dal momento delle primissime esperienze di soddisfacimento del bisogno. In seguito, com’è ovvio, accompagna e colora le varie attività e strutture dell’Io e i diversi contenuti psichici; come parliamo di segnali di angoscia, possiamo anche parlare di sviluppo di segnali di sicurezza, che hanno relazione, per esempio, con la consapevolezza di essere protetti e difesi dalla presenza rassicurante della madre. Potrei paragonare il sentimento di base di cui sto parlando al livello di tono di un muscolo a riposo; è un sentimento assai diverso da sentimenti di atonia, di morte e di vuoto, così come un muscolo sanò è ben diverso da uno denervato.
Ho sottolineato l’aspetto positivo di questo sentimento e la sua esistenza come una sorta di costante sfondo affettivo a tutte le nostre esperienze. Esso è mantenuto, in condizioni normali, mediante il controllo continuativo ed efficace ad opera dell’Io sulle quantità di eccitamento in arrivo; per quanto tale processo vada progressivamente automatizzandosi, si tratta pur sempre di un processo di natura attiva. Durante il sonno stimoli disturbanti di qualsiasi origine possono essere tenuti sotto controllo dal lavoro onirico: adottando il nostro punto di vista possiamo considerare il sogno non soltanto il guardiano del sonno, ma anche un vero e proprio meccanismo percettivo che assicura il mantenimento di un certo livello di sentimento di sicurezza all’interno dell’Io.
In ogni momento noi rispondiamo, in modo scorrevole e ben integrato, alla somma di stimoli che ci raggiungono da ogni parte, per esempio dai propriocettori che ci forniscono informazioni inconsce o preconsce sulla nostra postura. Questi eccitamenti in arrivo sono tutti organizzati e tenuti sotto controllo e in genere ne acquistiamo consapevolezza solamente quando i dati sensoriali non corrispondono alle nostre esperienze e alle nostre aspettative come, per esempio, quando al buio mettiamo il piede in una buca. In tale circostanza facciamo esperienza di un trauma momentaneo e di una riduzione di livello nel sentimento di sicurezza. In condizioni normali, tuttavia, l’esperienza dei nostri sensi è in armonia con quanto prevediamo in base al nostro modello mentale del mondo esterno, ai nostri schemi o quadri di riferimento psichici, sicché la nostra esperienza coincide con le nostre aspettative.3
I traumi, il pericolo e l’angoscia, di qualsiasi origine, possono quindi ridurre il livello di sicurezza. Sembrerebbe che l’Io, prendendo appropriate contromisure che riducono l’angoscia, innalzi anche il livello del sentimento di sicurezza. Giungiamo così a un’importante conclusione teorica che, a mio avviso, è pienamente avvalorata dall’esperienza: oltre a mettere direttamente in atto la propria attività difensiva allo scopo di ridurre l’angoscia, l’Io cercherà di controbilanciare, per così dire, l’angoscia stessa innalzando il livello di sicurezza mediante tutte le tecniche a sua disposizione. È possibile che il modo più conveniente per aumentare il sentimento di sicurezza consista nel controllo e nella modificazione dell’attività percettiva: vorrei esemplificare come ciò avviene.
La classificazione di queste tecniche di controllo della percezione è un tema affascinante di per se stesso; mi limiterò qui a citare i metodi di modificazione delle percezioni che rientrano verosimilmente nelle due seguenti fondamentali categorie, anche se è ovviamente possibile classificarli in molti altri modi: metodi che comportano una modificazione dei processi percettivi all’interno dell’Io (cioè una modificazione degli eccitamenti che vanno oltre la barriera protettiva esterna) e metodi che comportano una deliberata manipolazione comportamentale del mondo esterno tale per cui gli organi di senso ricevano stimolazioni diverse e alterate.
Nella prima conferenza in onore di Ernest Jones, E. D. Adrian fece un’osservazione, che è forse pertinente al nostro discorso, a proposito del possibile errore di distinguere, com’è abitudine, fra comportamento motorio ed esperienza sensoriale. Egli formula l’ipotesi che un qualsiasi impulso a una determinata unità di comportamento corrisponda a una particolare attività nervosa cerebrale che si cancella quando dall’apparato motorio giunge al cervello la serie appropriata di segnali. L’atto motorio è controllato dalla corrispondenza fra le sensazioni in arrivo e il modello dell’alterazione neuronale che ha stimolato il comportamento. Possiamo tradurre questo in termini psicologici dicendo che, quando la percezione dell’attività motoria corrisponde alla rappresentazione investita dalle pulsioni, avviene una conseguente riduzione della tensione. In questo modo la più semplice esecuzione di un’appropriata attività motoria può di per se stessa rinforzare il sentimento di sicurezza per il solo fatto che è appropriata, cioè l’eccitamento in arrivo è efficacemente elaborato in modo inconscio o preconscio. Si può qui notare, incidentalmente, che la paura della perdita del controllo motorio e il sentimento di essere sopraffatti, senza possibilità di scampo, dagli stimoli sono più simili di quanto possa apparire a prima vista.
Non intendo considerare in dettaglio i molteplici modi con cui l’Io controlla la percezione e rinforza il sentimento di sicurezza. Essi vanno dai semplici aggiustamenti sensoriali e motori ai meccanismi descritti esaurientemente da Anna Freud nell’opera L’Io e i meccanismi di difesa (1936), quali, ad esempio, il diniego e il restringimento dell’Io. Rimando quindi all’articolo di Anna Freud, presentato al Congresso di Amsterdam, Notes on a Connection between the States of Negativism and of Emotional Surrender (Hörigkeit) (1952), in cui lei considera alcune forme di negativismo come difese contro la minaccia di identificazione primaria con l’oggetto d’amore, “un movimento regressivo che comporta una minaccia all’integrità dell’Io (…) L’individuo teme questa regressione come se comportasse la dissoluzione della personalità, la perdita della salute psichica e se ne difende con il completo rifiuto di tutti gli oggetti (negativismo)”. Si tratta, evidentemente, di una forma di difesa mediante il controllo della percezione, nel senso in cui ce ne stiamo occupando nel presente scritto; possiamo intendere la “minaccia all’integrità dell’Io” come una diminuzione del sentimento di sicurezza, e come il vissuto d’angoscia conseguente al pericolo di essere sopraffatti in modo traumatico.
Un’altra tecnica, a disposizione dell’Io, per innalzare il livello del sentimento di sicurezza è il sovrainvestimento di determinate fonti di stimolazione, che produce percezioni sicure. Riscontriamo tale sovrainvestimento in molti comportamenti che chiamiamo regressivi, in alcuni fenomeni normali quali gli oggetti transizionali e i portafortuna, e, in modo particolarmente evidente, in certe manifestazioni psicotiche. Mi riferisco alle bizzarrie di postura e alle stereotipie di movimento che si riscontrano in certe forme di schizofrenia, cui possiamo forse aggiungere fenomeni quali l’ecolalia e l’ecoprassia. Questi sintomi si possono, almeno in parte, intendere come tentativi di elevare il livello del sentimento di sicurezza stabilendo, all’interno del frammentato Io psicotico, una fonte sicura di percezioni stabili, consistente in rappresentazioni integre di oggetti, di cose o di movimenti. L’aumento di livello del sentimento di sicurezza si produce mediante il sovrainvestimento di poche ma sicure percezioni residue. Recenti, osservazioni suggeriscono che il deficit schizofrenico comprende grossolani disturbi della percezione immediata. Vorrei avanzare l’ipotesi che gran parte del comportamento schizofrenico più bizzarro e regressivo riesce comprensibile se consideriamo che si tratta di un disperato tentativo di trovare un’“isola” di sicurezza percettiva. Coloro che hanno familiarità con il modo in cui i bambini psicotici s’aggrappano agli oggetti in loro possesso, oppure si nascondono negli angoli o sotto le coperte, o eseguono movimenti stereotipati, saranno stati certamente impressionati dal panico che assale questi bambini quando si interferisce indebitamente con la loro ricerca di percezioni sicure (impedendo, per esempio, con la forza che un bambino esegua un movimento ripetitivo).
In certi catatonici l’unica fonte di sicurezza può essere la costanza percettiva raggiunta mediante la completa immobilità. A questo proposito vorrei ricordare l’eccellente lavoro di Freeman e colleghi di Glasgow sui disturbi dell’Io negli schizofrenici cronici e in particolare un recente articolo di Chapman, Freeman e McGhie (1959): essi riportano alcune risposte e osservazioni di un paziente che aveva sofferto di disturbi catatonici. Il paziente descrive, con vividi particolari, i tremendi sforzi esercitati per conservare fonti sicure di percezione. Cito direttamente: “Sembrava che egli fosse in grado di muoversi solo dopo aver fatto consciamente mente locale a una serie di immagini mentali del proprio corpo” e gli autori così proseguono: “L’esecuzione di qualsiasi movimento che avvenisse senza concentrare in questo modo l’attenzione sull’atto motorio, suscitava nel paziente intensa paura.” Altri autori hanno descritto reazioni simili in pazienti catatonici; sembrerebbe pertanto plausibile concludere che il deficit essenziale dell’Io, in questi pazienti, consista in un’alterazione della capacità di organizzare in percetti l’esperienza sensoriale in modo efficiente e automatico.
Vorrei, a questo punto, brevemente e come ipotesi, suggerire che in tutto ciò è possibile riconoscere l’intervento di quello che si potrebbe chiamare un principio di sicurezza. Con questo termine voglio semplicemente evidenziare che l’Io compie ogni sforzo per mantenere un minimo livello di sentimento di sicurezza, di tono dell’Io, come l’ho chiamato, mediante lo sviluppo e il controllo dei suoi processi integrativi, fra cui il più importante è la percezione. Si potrebbe arrivare a dire che in questo senso la percezione è al servizio del principio di sicurezza. Oggetti familiari e costanti dell’ambiente del bambino possono, quindi, essere carichi di uno speciale valore affettivo poiché sono più facilmente percepiti: nel linguaggio corrente diciamo che sono noti, riconoscibili o abituali per il bambino. La presenza costante di oggetti familiari rende più facile al bambino mantenere il livello minimo di sentimento di sicurezza. Tale processo non è necessariamente identico all’investimento libidico degli oggetti perché fonte di gratificazione pulsionale, anche se spesso non è facile distinguere in pratica un fenomeno dall’altro. I moti pulsionali rimarranno sempre i motivatori più importanti del comportamento: anche se ho descritto una piccola parte del cavaliere, per usare l’analogia di Freud, non voglio con questo dire che il cavallo non esista.
Note:
1 Hoffer ha proposto che il termine “stato di differenziazione” possa descrivere in modo più appropriato questa fase precocissima piuttosto che quello di “stato indifferenziato”.
2 Il rapporto fra sentimento di sicurezza e narcisismo è, ovviamente, di grande interesse ma non sono in grado di esaminarlo in questa sede.
3 Il dottor Martin James ha sostenuto che le tecniche della ricerca scientifica hanno la stessa funzione di ridurre il divario fra quanto ci sì aspetta in base al modello teorico e l’esperienza di fatto.
Persistenza nelle funzioni e nello sviluppo psicologico
Sin dai primi inizi della psicoanalisi, l’assunto che il passato persista nel presente è stato una pietra angolare delle nostre concezioni. Freud ha sempre attribuito una particolare importanza al punto di vista generico e alle ricostruzioni genetiche in analisi ed è riuscito, a partire dal materiale clinico di casi adulti, a individuare una sequenza di fasi evolutive tipiche, ciascuna delle quali lascia la sua impronta su quelle successive. L’esistenza di queste fasi, descritte e identificate secondo quanto è emerso dalle ricostruzioni genetiche, è stata ampiamente confermata dalle osservazioni condotte dagli psicoanalisti che si occupano dei bambini. Tali osservazioni, da un lato, e l’introduzione nella teoria psicoanalitica dei concetti di sfera dell’Io libera da conflitti, di autonomia primaria e secondaria (Hartmann, 1939) e di neutralizzazione (Hartmann, Kris e Loewenstein, 1949), dall’altro, ci hanno reso più consapevoli della grande complessità dello sviluppo e ci hanno sempre più portato a considerarlo alla luce delle molteplici interazioni fra Es, Io, Super-io e realtà esterna.
Anna Freud ha riassunto (1963a) l’attuale impostazione teorica sulle fasi dello sviluppo infantile. Lei dice:
Nella nostra teoria psicoanalitica le sequenze evolutive sono state delineate solo tenendo conto di aspetti particolari e circoscritti della personalità del bambino. Riguardo allo sviluppo della pulsione sessuale, per esempio, abbiamo la sequenza delle fasi libidiche (…) che, pur con notevoli sovrapposizioni, corrisponde grosso modo a età specifiche. Per quanto riguarda la pulsione aggressiva, siamo già meno precisi e ci accontentiamo in genere di mettere in relazione specifiche espressioni dell’aggressività con specifiche fasi libidiche (…) Sul versante dell’Io i vari stadi e livelli del senso di realtà, conosciuti attraverso la psicoanalisi, forniscono una norma sia per stabilire una cronologia delle attività difensive, sia per quanto riguarda lo sviluppo del senso morale (p. 807).
Al fine di eliminare quel tanto di artificiosità, inevitabile allorché si consideri lo sviluppo in termini di istanze psichiche separate, Anna Freud ha proposto (1963a) di ampliare il nostro quadro teorico relativo allo sviluppo, e ha introdotto il concetto
di linee evolutive; si tratta di una serie di tappe dello sviluppo, ordinate in precise sequenze cronologiche che richiedono la reciproca collaborazione delle varie parti della personalità. Anche se in condizioni normali è legittimo attendersi un certo grado di corrispondenza tra le varie linee di sviluppo, non è raro il caso che si manifestino, in misura variabile, discrepanze fra di esse.
L’applicazione del concetto di linee evolutive ci ha permesso di evitare la potenziale unilateralità inerente a una concezione dello sviluppo che prenda in considerazione ora questa ora quest’altra istanza psichica. È evidente che, seppur gradualmente, è andata aumentando in modo sostanziale la comprensione psicoanalitica dei molteplici processi d’interazione che prendono parte allo sviluppo progressivo; negli ultimi due o tre decenni, inoltre, abbiamo arricchito e integrato la teoria dello sviluppo con la conoscenza delle interazioni fra individuo e realtà esterna. Se, tuttavia, si prende in considerazione il fenomeno della regressione, si riscontra che generalmente è mantenuta una netta distinzione, ritenuta fondamentale, tra processi regressivi nell’Es e nell’Io. Ancora una volta possiamo rivolgerci ad Anna Freud per avere una chiara esposizione degli attuali punti di vista in merito (1963b):
Nel nostro lavoro di analisti abbiamo acquistato tanta familiarità con questa interrelazione costante tra fissazioni e regressioni pulsionali che dobbiamo guardarci dall’errore, quasi automatico, di considerare i processi regressivi sul piano dell’Io e del Super-io in termini corrispondenti. Mentre, infatti, le prime sono soprattutto determinate dall’ostinata adesione delle pulsioni a tutti gli oggetti e a tutte le posizioni che hanno in passato prodotto soddisfacimento, questo tipo di caratteristiche non svolge alcun ruolo nella regressione dell’Io, che si fonda su principi differenti e segue norme diverse (p. 832).
Per quanto riguarda la regressione dell’Io, dice:
È necessario annotare una caratteristica peculiare della regressione dell’Io, indipendente dai vari fattori causali. In contrasto con la regressione delle pulsioni, i movimenti regressivi a livello dell’Io non riconducono a posizioni precedentemente stabilite, dal momento che non esistono punti di fissazione. Essi invece ripercorrono a ritroso, passo per passo, la linea seguita in precedenza in senso progressivo. Lo dimostra il dato clinico che nella regressione dell’Io è sempre invariabilmente l’acquisizione più recente che è perduta per prima (pp. 836 sg.).
Benché sia indubbiamente vero che le leggi della regressione sono diverse per le modalità di scarica pulsionale da un lato e per quelle funzioni di controllo e di organizzazione, che consideriamo proprie all’Io, dall’altro, nell’attuale teoria della regressione permangono, tuttavia, certe difficoltà e complicazioni. In che misura, per esempio, siamo autorizzati a considerare la perdita di controllo degli sfinteri e un ritorno all’insudiciarsi come una regressione dell’Io piuttosto che dell’Es? Com’è possibile spiegare, sulla base unicamente della regressione pulsionale, i cambiamenti nel funzionamento dell’Io che ritroviamo nello sviluppo di una nevrosi ossessiva? La regressione a precedenti forme di relazione oggettuale non comporta anche cambiamenti nell’Io oltre che nell’Es? E così via.
Freud ha, in effetti, sottolineato, in Inibizione, sintomo e angoscia (1925b), come la distinzione teorica tra Io ed Es, benché utile per particolari scopi, non dovrebbe essere mantenuta troppo rigidamente. Egli sostenne che l’Io è, a volte, “identico all’Es, è solo una parte singolarmente differenziata dell’Es” (p. 247). L’idea di una certa continuità funzionale tra Io ed Es è stata successivamente elaborata da altri autori.
In questo capitolo desideriamo affrontare i problemi dell’interazione tra Es e Io dal punto di vista della distinzione tra struttura e funzione; alla luce di questa distinzione prenderemo in esame sia la regressione pulsionale, sia la regressione dell’Io. Proporremo la nozione di “tendenza alla persistenza”, cioè, in sostanza, l’idea che le modalità primitive di funzionamento tendono a persistere attivamente nel presente sotto forma di “prove”, che sono normalmente inibite. Consideriamo tale tendenza essenziale per tutte le forme di regressione; questa non è intesa come un semplice “tornare indietro” o un “revival”, ma come un processo di liberazione e disinibizione di passati modi di funzionamento.
Nei capitoli 3 e 4 abbiamo già visto che alcune difficoltà inerenti alla teoria della regressione possono essere affrontate con profitto tenendo conto della distinzione tra struttura e funzione. Diversi autori in anni recenti hanno studiato questa distinzione che è rilevante per il funzionamento psichico a tutti i livelli. Benché Freud abbia messo a fuoco il concetto di struttura solo nel 1922, a proposito di quelle che Merton Gill (1963) ha chiamato le “macrostrutture”, vale a dire l’Es, l’Io e il Super-io, egli si era già servito del concetto, in un senso più generale, molti anni prima. Per esempio, nell’Interpretazione dei sogni (1899) egli aveva parlato di struttura in riferimento a ciò che chiamò “un ordinamento psichico” (p. 555). In tempi recenti sono divenute sempre più evidenti l’esigenza e l’utilità di un concetto più ampio e generale di struttura che non quello usato da Freud nel 1922. Hartmann, per esempio, parlando dell’apparato difensivo automatizzato, ha detto, nel 1939: “Tale apparato, poiché struttura relativamente indipendente, può entrare al servizio di altre funzioni”, introducendo, in tale modo, l’importante concetto di “cambiamento di funzione”, concetto che sta alla base di gran parte della discussione che seguirà in questo capitolo.
Rapaport ha usato il concetto di struttura in un senso molto ampio includendovi anche le strutture cognitive che sono “sia gli strumenti quasi permanenti che il processo cognitivo usa senza doverli creare ogni volta ex novo, sia quelle organizzazioni quasi permanenti di essi che costituiscono il telaio dei processi cognitivi dell’individuo”. Le strutture cognitive più comuni sono, secondo Rapaport (1957), le strutture della memoria.
Gill nella sua recente monografia (1963) ha preso in considerazione, abbastanza dettagliatamente, la distinzione tra struttura e funzione. Egli osserva che “sembra lecito affermare che tutti i meccanismi mentali rientrino nella definizione di struttura psichica intesa come forma di funzionamento che non è creata ad hoc, ma che è in permanenza a disposizione del processo psichico”. Egli distingue tra istanza e funzione svolta dall’istanza stessa.
Anche Holt (1965) ha parlato di persistenza delle strutture. Egli propone di considerare la struttura percettiva come “un programma per elaborare una combinazione di informazioni interne e ambientali in modo tale da ottenere un risultato percettivo”. Tuttavia, mentre Holt sostiene che questi programmi (cioè le strutture) possono essere “riscritti” (il che forse si accorda con l’idea di Rapaport di strutture quasi permanenti), noi abbiamo proposto, nel capitolo 3, l’ipotesi che le strutture, nel normale corso degli eventi, non vadano mai perse, e che invece si creino nuove strutture supplementari, di crescente complessità, che nel corso dello sviluppo si sovrappongono a quelle più antiche. L’organizzazione più complessa, che ne deriva, non deve soltanto fornire mezzi efficaci di scarica e di controllo, ma deve anche comprendere sistemi d’inibizione nei confronti dell’utilizzazione delle precedenti strutture. Usando la terminologia di Holt, potremmo dire che i programmi non sono riscritti tali e quali, ma che piuttosto i vecchi programmi sono costantemente modificati in seguito a un processo di sovrapposizione. Affinché il programma (la struttura) risultante possa essere usato in modo efficace, deve contenere componenti adibiti all’inibizione di programmi precedenti,
David Beres (1965) ha richiamato l’attenzione su alcune ambiguità esistenti nell’uso passato e presente dei concetti di struttura e di funzione. Tenendo conto delle sue osservazioni, dobbiamo precisare che in questa sede ci serviamo dei concetti di funzione e di struttura per indicare da un lato le attività e i processi, dall’altro i modelli di organizzazione, gli schemi, le istanze, gli apparati e i meccanismi. Facendo riferimento a questa distinzione è possibile affermare che, una volta che sia stato raggiunto un certo livello di organizzazione strutturale, essa non va mai distrutta (tranne che in conseguenza di modificazioni organiche della sostanza cerebrale); il modo di funzionare, d’altro canto, può variare entro limiti molto ampi.
Ci sia concesso di illustrare la distinzione tra funzione e struttura raccontando la storiella1 dell’irlandese che era stato condotto in Tribunale sotto l’accusa di illecita distillazione di whisky. Contro la sua affermazione di “non colpevolezza”, il giudice sostenne che egli doveva inevitabilmente essere ritenuto colpevole perché era stato scoperto in possesso dell’apparecchiatura per la distillazione di whisky, e il possesso di un alambicco illegale era una prova sufficiente di colpevolezza. Essendogli stato chiesto se volesse dire qualcosa prima della sentenza, Paddy rispose con foga: “Sì, vorrei essere incriminato anche per i delitti di incesto, sodomia, violenza e stupro.” “Che Dio ci salvi, veramente ha commesso questi terribili crimini?” esclamò il magistrato. “No, Vostro Onore – disse Paddy – ma ero in possesso dell’apparato.”
Ritornando ora al problema dello sviluppo strutturale, possiamo forse precisare ulteriormente le nostre idee in proposito. Sappiamo che durante lo sviluppo avvengono cambiamenti strutturali che corrispondono, ovviamente, a cambiamenti nell’organizzazione delle funzioni che caratterizzano le varie fasi dello sviluppo. Abbiamo ipotizzato che avvenga la sovrapposizione di una struttura modificante su di un’altra, accompagnata da un certo grado d’integrazione progressiva, per cui la struttura finale, o più recente, mostra l’influenza di precedenti organizzazioni strutturali (o ne conserva perfino delle parti) e comprende, come elemento essenziale, un’intera gerarchia di strutture inibitorie. Ciò è in accordo con la descrizione che Rapaport dà dell’Io, come di una “organizzazione emergente” la cui Gestalt organizzativa finale è qualcosa di diverso dalla semplice somma delle sue parti.
I cambiamenti nel funzionamento dell’Io, quelli, per intenderci, che vediamo nelle regressioni nevrotiche, non comportano necessariamente cambiamenti nella struttura dell’Io; assistiamo invece al reimpiego di strutture del passato che sono state inibite nel corso dello sviluppo. Nel capitolo 3 abbiamo parlato, a questo riguardo, di perdita dell’autonomia funzionale e abbiamo detto che, a differenza di questa, l’autonomia strutturate è perduta solo in occasione di certe malattie mentali e organiche. Nel capitolo 4, discutendo il concetto di autonomia funzionale, abbiamo parlato di regressione funzionale dell’Io. Potremmo anche parlare a questo proposito di fissazione dell’Io, per indicare sia l’eccessiva persistenza dell’influenza di precedenti modalità organizzate di funzionamento sulle organizzazioni successive, sia la particolare tendenza al reimpiego di strutture più arcaiche in occasione di stati di tensione interna o esterna. Gli effetti della fissazione dell’Io si evidenziano nel cosiddetto stile di funzionamento dell’Io, vale a dire in quella configurazione organizzativa che influenza i controlli percettivi e cognitivi e la scelta dell’uso di particolari meccanismi di difesa (G. S. Klein, 1958; Gardner e altri, 1959; Holzman, 1962).
Siamo ora in grado di esaminare in modo più approfondito la distinzione tra regressione pulsionale e regressione funzionale dell’Io. Se è vero che la regressione funzionale dell’Io può essere influenzata dalla regressione pulsionale e viceversa, non esiste in alcun modo una perfetta correlazione tra i due processi; anzi, è possibile differenziare tra loro i vari stati psicopatologici sulla base della prevalenza di una forma di regressione rispetto all’altra. In ogni caso, tuttavia, esistono una correlazione e un’interazione tra le due forme di regressione, che riflettono l’interazione tra la pulsione e il controllo, presente in ogni fase dello sviluppo. In effetti, anche se abbiamo differenziato la regressione funzionale dell’Io dalla regressione pulsionale – distinzione che riteniamo di fondamentale rilevanza clinica – sappiamo che entrambe sono, di fatto, forme di regressione funzionale; la prima è una regressione funzionale dell’Io, la seconda dell’Es. Le strutture e gli apparati dell’Es, al pari delle strutture dell’Io, persistono in noi nel corso di tutta la nostra vita, anche se, come mostra la storiella di Paddy, possono non essere sempre pienamente utilizzate.
Nel capitolo 4 abbiamo cercato di rendere ragione del fatto che la regressione pulsionale alla fase sadico-anale non sempre si accompagna allo sviluppo di una nevrosi ossessiva; abbiamo anche sostenuto che né i fattori economici né gli altri fattori abitualmente citati, sono sufficienti a spiegare la particolare forma assunta da questa malattia. Abbiamo proposto, a mo’ di soluzione, l’ipotesi che i cambiamenti che hanno luogo nella nevrosi ossessiva possono essere attribuiti sia alla regressione pulsionale, sia a una contemporanea regressione funzionale dell’Io. Abbiamo sostenuto che la natura specifica di questa regressione dell’Io è predeterminata dal particolare stile di funzionamento percettivo e cognitivo sviluppato dall’individuo, stile che risulta fortemente influenzato dalle particolari vicissitudini dello sviluppo dell’Io durante la fase anale. Abbiamo considerato le caratteristiche attività difensive, presenti nella nevrosi ossessiva, come forme ipertrofizzate di quelle attività di controllo che assumono tanta importanza in questa fase. A questo proposito Lampi-de Groot (1965) ha osservato: “(…) [possiamo] considerare i meccanismi di difesa nevrotici come meccanismi di regolazione e di adattamento che appartengono, di per sé stessi, allo sviluppo normale e che hanno subito un processo patologico di ipertrofia e di deformazione”.
Abbiamo parlato prima delle strutture inibitorie, cioè delle organizzazioni dei processi inibitori. Per inibizione intendiamo qui una forma di azione interna, di qualche tipo, che produce il blocco di una particolare via di scarica. L’inibizione non dovrebbe essere considerata come un processo statico, anche se spesso è descritta, per esempio, in termini di sbarramenti che sono eretti per prevenire la scarica. Noi la concepiamo, piuttosto, come un processo dinamico, un’azione interna di contenimento, che fa seguito a una scarica parziale o di prova, prova che può essere eventualmente limitata a una scarica “segnale” o a una scarica “campione”. Ciò è in accordo con quanto dice Freud nell’Interpretazione dei sogni sul ruolo dell’inibizione nel funzionamento del processo secondario (pp. 545-54). Sebbene l’azione di prova possa limitarsi a un’azione “campione”, si tratta, comunque, di un’azione interna, non apparente, che è rapidamente inibita non appena sia stata, in qualche modo, valutata dall’Io inconscio. Possiamo postulare che ogni scarica manifesta (nell’azione, nella percezione, nella fantasia o nel pensiero) sia preceduta da processi di prova e d’inibizione; essi possono svolgersi in modo estremamente rapido e certamente al di fuori della consapevolezza conscia, così da occupare, perlopiù, un tempo estremamente breve. Noi pensiamo, come diremo poco oltre, che, anche in questo breve periodo di tempo, forme di scarica di prova sono saggiate ed esaminate dall’Io; quelle insoddisfacenti sono di norma respinte o inibite, mentre a quelle idonee è permessa una qualche forma di scarica manifesta nella coscienza o nella motilità.
Vorremmo illustrare questo processo con un esempio tratto dalla nostra esperienza personale. Entrambi gli autori di questo capitolo sono nati e cresciuti nell’Unione Sudafricana. Ora, la parola usata da tutti i sudafricani per la moneta da tre penny (che vale circa 4 cents) è tickey. Tale parola è sconosciuta in Inghilterra, dove si usa invece la parola “threepence”. Ovviamente abbiamo dovuto abbandonare l’uso della parola “tickey” quando siamo venuti in Inghilterra, ma ci siamo entrambi reso conto, ognuno per conto proprio, che la nostra prima reazione al simbolo dei tre penny (3d) era di formulare la parola “tickey”, che era stata soppressa ed era divenuta, in senso descrittivo, inconscia. Mentre pensavamo che l’uso della parola “threepence” fosse divenuto automatico, quel che accadeva in realtà era che l’azione di “prova” di dire “tickey” era regolarmente inibita e sostituita con la verbalizzazione “threepence”. Abbiamo entrambi notato che in momenti di tensione la parola “tickey” tornava fuori nel corso della conversazione, fenomeno che si può forse definire come una forma di regressione; esso è stato probabilmente notato da tutti quelli che imparano e usano abitualmente una nuova lingua. Con questo esempio, desideriamo sottolineare un punto di importanza più generale e cioè che, in casi come questi, non abbiamo a che fare con un semplice “tornare indietro”, ma, piuttosto, con un’improvvisa liberazione di un’inibizione dinamica che, in condizioni normali, è continuamente imposta, ex novo, nel presente.
Può essere utile fare un altro esempio che è ancora attinente al linguaggio. Se si crea in laboratorio una situazione sperimentale in cui s’impedisce al soggetto di udire la propria voce mentre sta parlando (alimentando il circuito delle cuffie con un cosiddetto “suono bianco”) s’interferisce nell’autocontrollo della parola, provocando la comparsa di una varietà di fenomeni. Per esempio, se il soggetto ha parlato nell’infanzia con un accento straniero, questo può riapparire; noi siamo propensi a pensare che il vecchio accento permanga, sotto forma di “scarica di prova” che in condizioni normali è regolarmente inibita; tale inibizione è temporaneamente messa fuori causa quando si interferisca con il processo di feedback auditivo.
Questi fenomeni, che rientrano nell’ambito di quella che Werner (1956, 1957) ha chiamato la microgenesi, sono stati studiati mediante i cosiddetti “esperimenti genetici in laboratorio”. La microgenesi è stata descritta (Flavell e Draguns, 1957) nel modo seguente:
Il termine “micro genesi” è stato coniato, per la prima volta da Werner (1956) per tradurre in modo approssimato la parola tedesca Aktualgenese; esso designa la sequenza di eventi che si presume abbiano luogo nel periodo di tempo che intercorre tra la presentazione di uno stimolo e la formazione di una singola risposta cognitiva (percetto o pensiero), relativamente stabile, allo stimolo stesso. In modo più specifico, il termine designa, principalmente, i pre-stadi di atti cognitivi estremamente brevi, quali i processi che hanno luogo nella percezione immediata di un semplice stimolo visivo o uditivo, o nell’atto cognitivo di produrre un’associazione verbale, ecc.
Non è un gran passo applicale il concetto di microgenesi a tutte le risposte psichiche e comportamentali e a tutte le forme di stimolo e quindi anche a quelle rappresentazioni che sono stimolate e riattivate sotto la pressione delle pulsioni. Tuttavia, la maggior parte del lavoro sperimentale sinora compiuto ha privile-giato lo studio delle risposte percettive e cognitive a stimoli esterni presentati in laboratorio.
I lavori iniziali più importanti sulla microgenesi percettiva furono portati a termine nei dieci o quindici anni precedenti l’ultima guerra mondiale dal seguace della psicologia della Gestalt F. Sander e dai suoi collaboratori (1928). Essi partirono dall’ipotesi che, se fosse stato possibile bloccare la formazione di percetti chiari e completi presentando gli stimoli per periodi di tempo molto brevi, si sarebbero potuti evocare i normali precursori della percezione completa. Senza occuparci qui in dettaglio del lavoro di Sander e dei suoi collaboratori, ci interessa rilevare che sembra esistere un perfetto parallelismo fra micro-sviluppo della percezione nell’“hic et nunc” e sviluppo ontogenetico della percezione stessa. Assistiamo cioè a quella che si potrebbe chiamare una “ricapitolazione microgenetica” dello sviluppo ontogenetico.
Anche Schilder (1942, 1951) ha formulato ed elaborato quella che, in sostanza, è una teoria microgenetica del pensiero. Egli ha ipotizzato che nella schizofrenia avvenga la comparsa di forme cognitive arcaiche che intrudono nella coscienza e si esprimono apertamente, come se si trattasse di forme di pensiero pienamente elaborate. Sembra plausibile l’ipotesi che in queste circostanze venga a mancare l’efficace intervento delle normali strutture inibitorie.
Gli esperimenti dello stesso Werner ebbero luogo nell’ambito di uno studio della microgenesi e dell’afasia (1956), in cui egli dimostrò l’esistenza di un parallelo tra la normale microgenesi della percezione e i disturbi di percezione e cognizione che si possono ritrovare nei pazienti afasici; egli parlò, a proposito della sintomatologia afasica, di “deragliamento microgenetico”, i cui rapporti con i processi di regressione funzionale meriterebbero di essere studiati.2
Ivo Köhler, di Innsbruck, ha recentemente sviluppato gli esperimenti di Stratton con occhiali che rovesciano il campo visivo e ha dimostrato, in maniera estremamente convincente, che gli stadi dell’apprendimento a percepire e a controllare un mondo visivamente distorto corrispondono alle normali tappe evolutive nella formazione del percetto. Per esempio, vi è un primissimo stadio sensorimotorio di orientamento spaziale seguito da uno stadio in cui gli oggetti sono percepiti perché “cose di azione”. I soggetti prima imparano a muoversi senza sbagli, poi a percepire le cose che usano. Queste “cose di azione” sono correttamente percepite quando i quadri alle pareti sono visti ancora rovesciati (Köhler, 1951, 1953, 1964; Werner e Wapner, 1955). Questi “esperimenti genetici”, condotti da psicologi in Germania e negli Stati Uniti, ci offrono una tecnica molto promettente di ricerca sperimentale sui processi di sviluppo, fissazione e regressione.
Se applichiamo il punto di vista qui descritto ai meccanismi di difesa, possiamo, per esempio, concepire la rimozione come un processo dinamico continuo, che non è possibile descrivere esaurientemente solo in termini di ritiro dell’investimento d’attenzione e di applicazione di un controinvestimento. Possiamo pensare che il moto pulsionale rimosso prenda la forma di una rappresentazione sensorimotoria che è ripetutamente sospinta verso la scarica completa, sotto la pressione della pulsione. Il processo di rimozione consiste, allora, in un rapido esame e in una rapida valutazione inconscia da parte dell’Io della rappresentazione in arrivo, esame che è seguito dall’applicazione di una controforza che impedisce alla rappresentazione stessa di procedere oltre. Tutto avviene come se l’Io potesse, del tutto al di fuori della coscienza, esaminare il campo delle rappresentazioni emergenti, attivate dall’Es, e dirigere, probabilmente sulla base di segnali di avvertimento di angoscia, una controforza inibitrice contro di esse; in tal modo la scarica della pulsione è impedita o deve essere ricercata per mezzo di rappresentazioni sensorimotorie più accettabili. L’Io esercita continuamente il proprio giudizio tenendo conto non solo del contenuto della rappresentazione pulsionale, ma di tutte le informazioni, del passato e attuali, che ha a sua disposizione. Possiamo ipotizzare che l’Io esamini e organizzi i dati che si presentano al suo organo di senso orientato verso l’interno più o meno nello stesso modo in cui esamina, seleziona e organizza le informazioni che gli provengono dagli altri organi di senso.
L’Io si trova costantemente confrontato con la necessità di risolvere problemi, in sostanza deve prendere delle decisioni di momento in momento per riuscire a rispondere a tono alle richieste, spesso conflittuali, della realtà e delle varie istanze psichiche. Se le organizzazioni esistenti sono adeguate a far fronte all’immediato compito adattativo, allora i processi di azione di prova e di inibizione procedono rapidamente e senza intoppi, ed è lecito parlare in questo caso, per dirla con Hartmann, di “automatizzazione”.3 Quando l’organizzazione esistente non è in grado di affrontare con efficacia e in modo adeguato il problema del momento, si manifesterà una tendenza a saggiare, sotto forma di prova interna, soluzioni che si sono dimostrate efficaci in passato e a integrarle in una nuova organizzazione adeguata al compito. Anche se tale processo di riorganizzazione, avviene in un tempuscolo molto breve, avverrà una forma di regressione temporanea al servizio dell’Io (per usare il termine di Kris). Saremmo tentati di sviluppare questi concetti ricollegandoci a tutto quanto è stato scritto sul tema della creatività; ci limiteremo a richiamare l’attenzione sull’esistenza di differenze individuali riguardo alla possibilità di una regressione temporanea al servizio della creatività (vedi il lavoro di George Klein e altri) e a osservare che, nel momento creativo, regressione e progressione procedono di pari passo.4
Qualora non sia possibile, per qualsiasi ragione, creare organizzazioni progressivamente adattative e di più alto livello, possiamo assistere alla comparsa di una soluzione dominata da strutture (cioè organizzazioni) geneticamente più arcaiche. In questo caso possiamo parlare di regressione vera e propria, con cui abbiamo tanta familiarità nella pratica clinica. Se la regressione influenza principalmente le attività di controllo, di ritardo e di inibizione della scarica, si avrà una regressione funzionale dell’Io; se invece modifica le vie attraverso cui avviene la scarica pulsionale, si parlerà di regressione pulsionale. I particolari punti di fissazione, che a loro volta determinano la natura e l’intensità della regressione funzionale in questione, possono essere considerati inerenti, secondo quanto abbiamo già discusso, al particolare stile di funzionamento dell’organismo. Con il termine di “stile” intendiamo riferirci ai modi di funzionamento, sia manifesti sia soggetti a inibizione. Si tratta di un argomento che richiede un’elaborazione più esauriente di quella che ci è possibile presentare in questa sede.
Quanto abbiamo detto sinora, può essere condensato nel concetto di tendenza alla persistenza. II nocciolo di questo concetto è il seguente: in ogni “evento” psicologico o in ogni tentativo di risolvere problemi (come la necessità di trovare una forma appropriata di scarica pulsionale, la ricerca di una soluzione ai compiti posti dall’ambiente e la stessa attività cognitiva e percettiva, ecc.) la decisione raggiunta è preceduta da una rapida ricapitolazione esplorativa di precedenti soluzioni che si sono affermate nel corso dello sviluppo ontogenetico dell’individuo. II concetto di persistenza implica anche che l’organizzazione di precedenti soluzioni, vale a dire la “struttura”, come noi la concepiamo, persiste, anche se sono continuamente create nuove strutture di crescente complessità.
Vorremmo concludere considerando alcune implicazioni e applicazioni del concetto di persistenza..
Abbiamo tutti ben presenti i processi che designiamo con i termini di identificazione e proiezione. L’identificazione (ci riferiamo qui all’identificazione secondaria), come è concepita oggi da un certo numero di autori, comporta un cambiamento nella rappresentazione del Sé sul modello di una rappresentazione dell’oggetto; la proiezione è l’attribuzione, a una rappresentazione dell’oggetto, di un aspetto della rappresentazione del Sé. Questi processi possono verificarsi solo dopo che si siano creati i confini tra la rappresentazione del Sé e la rappresentazione dell’oggetto; prima esiste quello che Freud indica con il termine di identificazione primaria, Piaget con quello di “adualismo”, mentre altri parlano di identità primaria. Un termine più appropriato per definire questo primissimo stato potrebbe essere quello di “confusione primaria” (vedi vol. 1, cap. 4).
Nell’applicare l’idea di persistenza ai processi di identificazione e di proiezione che si verificano nel bambino più grandicello o nell’adulto, possiamo ipotizzare che, ogniqualvolta un oggetto è percepito o ne sia ricordata la rappresentazione, si abbia sempre la momentanea persistenza, seppur per un tempuscolo brevissimo, del primario stato di confusione. Immediatamente dopo, i confini tra il Sé e l’oggetto sono imposti da un preciso atto di inibizione e di definizione di confini. È come se l’Io dicesse: “Questo sono io e quello è lui”. È questa una concezione ben diversa da quella che postula un confine statico dell’Io o del Sé che permane una volta che sia stato creato. Entra in gioco qui l’inibizione dello stato di confusione primaria e la funzione egoica di disidentificazione, un atto psichico di distinzione tra Sé e oggetto che deve essere ripetuto più e più volte; la funzione di disidentificazione a sua volta fa uso di strutture che possiamo chiamare confini.
La persistenza di questa confusione primaria, geneticamente precoce, nell’esperienza di tutti i giorni, è evidente se solo pensiamo al nostro modo di muoverci e di mettere in tensione il corpo quando guardiamo dei pattinatori sul ghiaccio, o vediamo un film western. Sicuramente abbiamo tutti fatto l’esperienza di raddrizzare il corpo nel vedere qualcuno scivolare o incespicare. In queste esperienze quotidiane si manifesta la persistenza della confusione primaria tra Sé e oggetto, che può più facilmente aver luogo in stati di rilassamento o d’intensa concentrazione in cui può essere temporaneamente sospesa o ritardata l’imposizione dei confini. Hubert Spencer si riferiva a qualcosa del genere parlando della “primitiva simpatia passiva”. McDougall, commentando questo fenomeno, fece notare che “la forma fondamentale della simpatia corrisponde esattamente all’etimologia della parola, è cioè una sofferenza accompagnata dall’esperienza di un qualsivoglia affetto, nel momento in cui e per il fatto che osserviamo in altre persone o creature l’espressione di quel sentimento o affetto”. La persistenza di questo stato, geneticamente precoce nella microgenesi della percezione e del pensiero, è certamente alla base dei sentimenti di empatia, del piacere estetico, e di alcune forme di transfert e controtransfert in analisi (possiamo così comprendere, in un suo aspetto, l’utilità della posizione distesa del paziente e dell’attenzione liberamente fluttuante dell’analista). Ci sentiamo anche di ipotizzare che una fase necessaria dei processi di identificazione secondaria e di proiezione consista nella momentanea persistenza di uno stato di confusione o identificazione primaria, che ha luogo prima che avvenga il processo di “demarcazione” o di “disidentificazione”. In conseguenza di tali processi può accadere che aspetti della rappresentazione oggettuale siano inclusi nella rappresentazione del Sé e viceversa.
La persistenza, come noi la intendiamo, è una componente essenziale del normale funzionamento psichico, e ha una diretta relazione con i cambiamenti che si verificano in seguito a un trattamento psicoanalitico coronato da successo, e che si possono ricondurre a cambiamenti nella funzione e a processi di riorganizzazione. Anche quando si risolve il conflitto nevrotico, si annulla il movimento regressivo, scompaiono i sintomi ed emergono nuovi modelli di comportamento progressivamente adattativi, le precedenti soluzioni, inerenti all’organizzazione nevrotica, continuano a sussistere, anche se il loro funzionamento è limitato a “prove” o a “campioni” del tipo che abbiamo descritto. Il mantenimento dei nuovi modi di funzionamento dipende perciò dalla loro capacità di inibire continuamente e di limitare a una forma di “prova” la soluzione nevrotica. Ciò solleva una serie d’interessanti interrogativi sul processo terapeutico in generale, sulla definizione dei criteri di fine analisi, sulle differenze tra analisi infantile e analisi adulta, e su una gran quantità di problemi affini.
Note
1 Freud ha dato un’altra versione della stessa storia nel suo articolo La perizia della Facoltà medica nel processo Halsmann (1930).
2 È assai interessante notare che il concetto di regressione in Freud, probabilmente, trae origine direttamente dal lavoro pre-psicoanalitico sull’afasia (1891), in cui Freud, per spiegare i disturbi afasici e di altro genere (per esempio l’epilessia), adottò la teoria della “dissoluzione” di Hughlings Jackson (il termine fu coniato da Flerbert Spencer nel 1857 per designare l’opposto di “evoluzione”). Freud scrisse che “tutti questi modi [afasici] di reazione rappresentano casi di retrogressione (disinvoluzione) funzionale di un apparato altamente organizzato, e corrispondono, perciò, a stadi precedenti del suo sviluppo funzionale. Ciò significa che in ogni caso si ha la perdita di un ordine nelle associazioni che, essendo stato raggiunto più tardi, appartiene a un livello più alto di funzionamento; ne sarà invece preservato uno più arcaico e più semplice”. È anche interessante il fatto che la distinzione fra struttura e funzione, che abbiamo esaminato in questo capitolo, occupa un posto fondamentale nella teoria di Freud sull’afasia. Così, a proposito dei disturbi di comprensione della lettura, Freud scrive: “Leggere comprendendo (…) è una funzione indipendente dall’atto del leggere in se stesso” e, coerentemente, egli distingue l’“apparato della parola” dalle funzioni del leggere e del parlare.
3 Sarebbe ridicolo sostenere che ogni precedente soluzione è sperimentata sotto forma “di prova”; ci riferiamo qui al fatto che tali soluzioni hanno la tendenza a persistere; è ovvio che debbano inevitabilmente verificarsi molti cortocircuiti, cosicché, un singolo segnale viene a rappresentare un intero gruppo di soluzioni precedenti.
4 Duncker (1945) ha studiato in dettaglio questo argomento.
Controtransfert e rispondenza di ruolo1
Come sappiamo il termine “controtransfert”, così come il termine “transfert”, ha molti significati. Freud dapprima vide il controtransfert come un’espressione delle “macchie cieche” dell’analista, che rappresentavano un ostacolo all’analisi.
Fin dall’inizio, il controtransfert fu considerato, da lui, essenzialmente un “ostacolo alla libertà della comprensione del paziente da parte dell’analista”. In questo contesto egli considerava la mente dell’analista uno “strumento”…, il cui effettivo funzionamento, nella situazione analitica, era impedito dal controtransfert. Il controtransfert nell’analista era considerato equivalente alla resistenza del paziente (Sandler, Holder, Dare, 1973).
Per quanto riguarda il transfert, bisogna ricordare che Freud lo considerò dapprima un ostacolo, poi, come uno strumento indispensabile per il lavoro analitico. Ad ogni modo, egli non adottò la stessa posizione riguardo al controtransfert ma questo passo inevitabile fu fatto dopo di lui. Il momento in cui “il controtransfert cominciò a essere visto come un fenomeno importante, poiché aiutava l’analista a capire il significato nascosto del materiale portato dal paziente, costituì uno sviluppo cruciale nella letteratura analitica. Il concetto essenziale … è che l’analista ha gli elementi per capire e valutare i processi che avvengono nel suo paziente, che questi elementi non sono immediatamente consci e che però possono essere da lui (l’analista) scoperti se controlla le proprie associazioni, mentre ascolta il paziente” (Sandler, Dare, Holder, 1973).
La prima affermazione esplicita del valore positivo del controtransfert, la dobbiamo a Paula Heimann (1950). Altri autori hanno scritto in merito a quest’argomento sviluppandolo, tuttavia, le due pubblicazioni di Paula Heimann (1950, 1960) devono essere considerate pietre miliari nel cambiamento che ha subito il modo di valutare il controtransfert.
La Heimann cominciò a considerare il controtransfert come un fenomeno riferito a tutti i sentimenti che l’analista può sperimentare nei confronti del suo paziente.
Lei dice che l’analista deve essere capace di “tollerare i sentimenti che sono provocati in lui dalla relazione terapeutica, invece di scaricarli (come fa il paziente), facendo in modo di trattenerli in sé (al contrario di quanto fa il paziente), in modo da subordinarli al compilo della terapia analitica in cui egli funziona come immagine riflessa del paziente”. La Heimann sostiene che l’inconscio dell’analista capisce quello del suo paziente. Questo rapporto a livello profondo viene alla superficie sotto forma di sentimenti, che l’analista, scopre nella risposta al suo paziente, nel suo controtransfert.
Non citerò altri importanti scritti in questo campo tranne che per dire che, naturalmente, si è scritto sul controtransfert anche prima dei lavori della Heimann, e che è stato messo in rilievo che il controtransfert è un fenomeno normale. Ciò che sembra essere stato particolarmente rilevato, sono le differenze tra ciò che potremmo chiamare risposta di “controtransfert utile e appropriata” da un lato e risposta controtransferale “pericolosa” e “non desiderabile” dall’altro. Il contributo della Heimann è stato quello di mostrare chiaramente che la reazione dell’analista può essere utilmente considerata la prima chiave per comprendere ciò che sta succedendo nel paziente. Nel libro “Il paziente e l’analista” (Sandler, Holder, Dare, 1973), abbiamo discusso in dettaglio la letteratura sul transfert e abbiamo concluso dicendo che, dal nostro punto di vista,
… il transfert non deve essere limitato all’illusoria percezione di un’altra persona…ma può intendersi come comprensivo dei tentativi inconsci (e spesso sottili) di manipolare e di provocare situazioni intersoggettive che sono una nascosta ripetizione di precedenti esperienze e rapporti. In precedenza, è stato rilevato che quando tali manipolazioni o provocazioni di transfert avvengono nella vita normale, la persona verso la quale sono dirette può mostrare di non accettare il ruolo, oppure, qualora vi abbia un’inconscia predisposizione, di accettarlo e agire di conseguenza. L’accettazione o il rifiuto di un ruolo transferale non si basa, con tutta probabilità, su una percezione conscia di quanto sta avvenendo, ma piuttosto su indicazioni inconsce. Elementi transferali sono presenti, in varia misura, in tutte le relazioni; i rapporti, infatti, (si pensi ad esempio alla scelta del coniuge o del datore di lavoro) sono spesso determinati da qualche caratteristica dell’altro, che (consciamente o inconsciamente) rappresenta qualche attributo di un’importante figura del passato.
Nelle conclusioni riguardanti il transfert, da parte nostra, vi fu l’estensione della nozione di proiezione o esternalizzazione da parte del paziente di qualche aspetto del passato o di una figura del passato sulla persona dell’analista, a tutti i suoi tentativi di provocare o manipolare le situazioni vissute con l’analista. Credo che tali “manipolazioni” costituiscano una parte importante delle relazioni d’oggetto in generale e che facciano parte, sotto forma di “prova”, dell’esame degli oggetti nel processo di scelta oggettuale. Nel transfert, in molti modi sottili, il paziente tenta di spingere l’analista a comportarsi in un modo particolare e inconsciamente esamina la percezione della sua reazione (dell’analista), per poi, in seguito, adattarvisi. L’analista può essere capace di “trattenere” nella sua coscienza la risposta a questa “stimolazione” che egli percepisce come una sua reazione personale ma, metterei certe risposte di controtransfert in relazione con il transfert e all’interazione comportamentale (verbale e non verbale) tra il paziente e l’analista. Paula Heimann si spinse ad affermare che la risposta dell’analista al paziente può essere usata come base per la comprensione del materiale del paziente, spesso per mezzo di qualcosa che egli coglie e tiene dentro di sé.
Riguardo a questo mi piacerebbe provare ad andare più avanti.
Nessuno può avere dubbi sul valore dell’analisi continua del controtransfert da parte dell’analista. Io credo si possa partire dall’assunto che la comprensione del controtransfert sia veramente importante. Il mio interesse personale sull’oggetto di questo lavoro, negli anni recenti, si è sviluppato parallelamente all’interesse per la psicologia psicoanalitica della relazione d’oggetto e ciò che illustrerò più avanti è basato sull’assunto che tra i due partecipanti al processo analitico si sviluppi una relazione o, perlomeno, un’interazione. Noi siamo del tutto consapevoli delle caratteristiche particolari della situazione analitica, con il suo indurre vissuti regressivi del passato nel presente, in un modo che il paziente vive, di solito, del tutto inconsciamente oppure che razionalizza. Dall’altra parte, vediamo l’analista che fa uso delle sue peculiari capacità, quali: l’attenzione liberamente fluttuante, l’autoanalisi e il mantenimento di ciò che Winnicott (1960) ha definito “atteggiamento professionale”. Per attenzione liberamente fluttuante non intendo la “scarica della mente” da pensieri o ricordi, ma la capacità di permettere a ogni sorta di pensieri, sogni ad occhi aperti e associazioni di entrare nella coscienza dell’analista mentre, allo stesso tempo, sta ascoltando e osservando il paziente.
Ho accennato all’interazione fra paziente e analista e questa è in gran parte (sebbene, ovviamente, non interamente) determinata da ciò che chiamerò relazione di ruolo intrapsichica che ciascuna parte cerca di imporre all’altra. Un aspetto di tale relazione di ruolo può essere adatto al compito attuale, cioè al lavoro analitico. Certamente dalla parte del paziente, possiamo veder emergere un’intera varietà di relazioni di ruolo molto specifiche. Ciò che voglio rilevare è che la relazione di ruolo del paziente in analisi consiste, in ogni momento particolare, di un ruolo nel quale egli pone se stesso, e un ruolo complementare nel quale egli pone l’analista in quel momento particolare. Il transfert del paziente rappresenterebbe così un tentativo, da parte sua, di imporre un’interazione, un’interrelazione (nel senso più largo della parola) fra sé e l’analista. Oggi molti analisti devono avere la convinzione (o almeno la scomoda sensazione) che la concettualizzazione del transfert come trasferimento di un investimento energetico libidico o aggressivo del paziente da un oggetto del passate all’immagine dell’analista nel presente, sia del tutto inadeguata. I desideri e i meccanismi inconsci del paziente, che ci interessano nel nostro lavoro, sono espressi intrapsichicamente, in fantasie e immagini (descrittivamente) inconsce, nelle quali sia il Sé, sia l’oggetto in interazione, sono rappresentati in ruoli particolari. In un certo senso, nel transfert, il paziente tenta di attualizzare2 queste in modo mascherato, all’interno del quadro e dei limiti della situazione analitica. Nel fare ciò, egli si oppone a divenire consapevole di star tentando di imporre qualsiasi relazione infantile. Voglio sottolineare, a questo punto, la differenza fra il contenuto manifesto di ciò che il paziente porta e il contenuto latente inconscio (in particolare le relazioni di ruolo infantili che egli cerca di esprimere o di agire, come pure le relazioni di ruolo difensivo che egli può, aver costruito). Se il paziente si attiene alle regole analitiche, riferirà a parole senza agire e le chiavi a nostra disposizione, come analisti, per comprendere la relazione di ruolo interna inconscia che il paziente sta cercando di imporci, ci verranno dalle nostre percezioni e dall’applicazione dei nostri strumenti analitici.
Si potrebbe considerare persino il più semplice desiderio istintuale, come, ad esempio, uno nei primi anni di vita, un desiderio di imporre e di sperimentare una relazione di ruolo come mezzo di gratificazione di tale istinto. Comunque, ciò che intendo dire qui, si applica non solo ai desideri istintuali inconsci, ma all’intera gamma di desideri inconsci (includendo quelli preconsci), connessi ad ogni sorta di bisogni, gratificazioni e difese.
Parallela all’“attenzione fluttuante” dell’analista vi è quella che chiamerei la sua “rispondenza fluttuante”. Sebbene possa sembrare che gran parte della letteratura ne dia questo quadro, l’analista non è, naturalmente, una macchina in assoluto controllo di sé che da un lato sperimenta e dall’altro fornisce interpretazioni. Fra le molte altre cose, egli parla, saluta il paziente, prende accordi riguardanti faccende pratiche, può scherzare e, in una certa misura, permettere che le sue risposte si distacchino dalla norma psicoanalitica classica. Io sostengo che nelle reazioni manifeste dell’analista al paziente, come pure nei suoi pensieri e sentimenti, si mostra quella che può essere chiamata la sua “rispondenza di ruolo”, non solo nei suoi sentimenti, ma anche nei suoi atteggiamenti e comportamenti, che è un elemento cruciale del suo controtransfert “utilizzabile”.
Darò un paio di esempi per illustrare ciò che intendo.
- l) Questo paziente, di 35 anni, non aveva mai avuto nessun trattamento analitico e aveva una scarsissima conoscenza del processo analitico.
Mi era stato mandato a causa di crisi di estrema angoscia che lo coglievano nel presentare in pubblico il suo lavoro, sebbene si sentisse del tutto competente e disinvolto nelle discussioni informali della sua vita privata. Aveva avuto un’educazione molto severa, era figlio d’immigrati dall’Europa dell’Est ma, grazie alle sue abilità finanziarie e organizzative, era arrivato a una carica molto importante in un’organizzazione finanziaria.
Nel primo colloquio, pensai che rispondesse molto bene alle interpretazioni (di prova) e sentii che il lavoro con lui avrebbe dato buoni risultati e sarebbe stato piacevole. Durante la prima e la seconda settimana di analisi, mi accorsi di parlare molto di più di quanto faccio solitamente. Posso dire di non essere un analista indebitamente silenzioso. Dopo non molto, sentii che, con questo paziente, qualcosa mi rendeva ansioso; dopo una riflessione auto-analitica, capii che avevo paura (che lui mi lasciasse), che ero ansioso di trattenerlo, di abbassare il suo livello di angoscia, in modo che sarebbe rimasto in analisi e che il mio parlare più del solito serviva allo scopo di evitare il lato aggressivo dei suoi sentimenti ambivalenti.
Quando capii questo, mi sentii sollevato e ritornai al mio solito comportamento analitico. Comunque, sentii subito l’urgenza di parlare durante le sedute e divenni consapevole che il paziente, per mezzo di una leggerà inflessione della voce, finiva sempre le frasi con un interrogativo, sebbene non formulasse mai le domande direttamente. Questo mi diede l’opportunità di fargli vedere quello che stava facendo (egli era del tutto inconsapevole della sua induzione che neppure io avevo rilevato prima) e mostrargli che aveva molto bisogno che io lo rassicurassi parlandogli. Allora, ricordò come da bambino si sentisse molto angosciato quando suo padre tornava a casa dal lavoro e come egli cercasse di indurlo, compulsivamente, a iniziare una conversazione facendogli molte domande per rassicurarsi che non fosse arrabbiato con lui. Suo padre era stato un lottatore professionista, era molto violento e il paziente ne era terrorizzato, ma aveva bisogno della sua ammirazione e del suo amore per sentirsi il bambino preferito. (Più tardi, come ci si poteva aspettare, in analisi si poté vedere la paura della propria ostilità verso il padre). Mi disse che suo padre aveva l’abitudine di non ascoltarlo e di non rispondergli e quanto questo lo spaventasse.
Il paziente, allora, si rese conto che dalla prima infanzia in avanti aveva sviluppato lo stratagemma di fare domande senza porle direttamente e questo era diventato parte del suo carattere; questo tratto s’intensificava nelle situazioni in cui egli temeva di essere disapprovato e aveva bisogno di rassicurazioni nei confronti delle figure autoritarie.
Il punto su cui, qui, voglio porre l’accento è che nel lavoro analitico, oltre a situazioni “ordinarie”, l’analista si troverà spesso a rispondere apertamente al paziente in un modo che egli può sentire indicativo solo dei suoi (dell’analista) problemi, delle sue macchie cieche; egli può, con successo, ricorrere all’auto-analisi per scoprire gli elementi patologici dietro la sua particolare risposta e il suo particolare atteggiamento verso il paziente. Comunque, voglio suggerire che, molto spesso, le risposte irrazionali dell’analista, che è guidato dalla sua consapevolezza professionale a riconoscere come proprie macchie cieche, possono, a volte, essere utilmente considerate come una formazione di compromesso fra le sue tendenze personali e la sua accettazione riflessa del ruolo che il paziente sta cercando di imporgli.
Naturalmente, alcuni analisti saranno più suscettibili a certi ruoli di altri e anche la proporzione del contributo da parte del paziente e dell’analista sarà molto diversa da un caso all’altro. Naturalmente, non tutte le azioni e le reazioni irrazionali dell’analista sono riflessi del ruolo che il paziente lo induce ad assumere.
Ciò che ho voluto evidenziare con questo esempio è, semplicemente, come il paziente, attraverso un sottile elemento del suo comportamento, abbia evocato un’aperta risposta da parte dell’analista che, a prima vista, poteva sembrare solo un controtransfert irrazionale.
Voglio, comunque, affermare che sono assolutamente contrario all’idea che tutte le risposte controtransferali dell’analista siano dovute al ruolo che il paziente gli ha imposto.
Darò qui un altro esempio.
2) Questo si riferisce a una maestra di scuola vicina ai 30 anni. Chiese il trattamento a causa di difficoltà sociali e sessuali e, dopo qualche tempo, diventò chiaro che era atterrita dalla sua invidia del pene e dalla sua ostilità verso la madre; inoltre aveva molteplici angosce fobiche e aveva bisogno di “strutturare” il suo mondo, in modo da sapere, esattamente, in ogni momento, dove si trovasse; riusciva in ciò per mezzo dell’intellettualizzazione e del controllo organizzativo degli altri, compreso l’insegnamento. Il suo bisogno di far ciò, emergeva nel transfert e, dopo circa 3 anni di lavoro analitico, la sua psicopatologia era divenuta molto più chiara e lei era molto migliorata e più serena. Tuttavia rimaneva una parte di materiale alquanto oscuro. Fin dall’inizio aveva pianto durante ogni seduta ed io le avevo passato, abitualmente, la scatola dei fazzoletti di carta ogni volta che cominciava a piangere. Orbene, non sapevo perché facessi ciò, ma, iniziata quest’abitudine, non mi sentii disposto a cambiarla senza una buona ragione.
Senza sapere perché, non avevo sentito appropriato prendere in considerazione la sua incapacità di portare in seduta i suoi fazzoletti, anche se, con altri pazienti, l’avrei fatto. C’erano molti motivi che la spingevano a piangere, incluso il lutto per la madre che voleva uccidere, il lutto per il padre cui sentiva avrebbe dovuto rinunciare e così via. Venne poi a galla che, quando aveva circa due anni, dopo che un fratellino era nato, aveva sentito di aver perso l’attenzione della madre; ricordò anche che, a due anni e mezzo, era stata relegata a giocare da sola nel giardinetto dietro la casa, mentre il fratellino faceva il bagnetto ed era accudito. In quel periodo era stata mandata, per di più, a un kindergarten e ricordava che, alla scuola materna, era molto chiusa, che vezzeggiava un coniglietto bianco e che s’intrufolava nella sua gabbietta. Mi disse poi, che in seguito, dopo molto tempo, aveva saputo che, mentre era ancora nella scuola materna, era stata diagnosticata come “bambina autistica” dallo psicologo della scuola, che era apparentemente molto regredita e aveva scoppi di rabbia incontrollabile. Da questo punto dell’analisi, fummo in grado di comprendere che ripeteva nel presente la sua paura di sporcarsi e di perdere la benevolenza e il suo bisogno di controllare i suoi oggetti, come aveva dovuto controllare i suoi sfinteri. Ciononostante, ci trovavamo di fronte a qualcosa che, per la paziente, rappresentava un’importante fantasia inconscia che non era ancora stata portata alla coscienza.
Avevo il sentore che eravamo a un punto morto. Un giorno, in analisi, accadde una cosa piuttosto nuova. La paziente aveva cominciano a piangere in silenzio, ma, questa volta, non reagii al solito modo; all’improvviso lei cominciò a rimproverarmi e a criticarmi per non averle passato i fazzoletti. Fu colta dal panico e cominciò ad accusarmi di essere malvagio e di trascurarla. Le risposi che non sapevo perché, in quel momento, non le avessi porto i fazzoletti, ma che, se avesse continuato a parlare, insieme, avremmo potuto comprendere molto di più a tale proposito. Il materiale che seguì indicava, molto specificamente, qualcosa che prima non avevamo messo a fuoco. Divenne chiaro che il suo grande bisogno di controllare e di creare “strutture” nella sua vita, non era dovuto alla paura di sporcarsi, ma, piuttosto, al timore che, se si fosse sporcata o bagnata, non ci sarebbe stato nessun adulto pronto a pulirla. Fu chiaro che questa paura aveva dominato la sua vita. Si trattava di una fantasia specifica che sembrava fosse stata elaborata durante la tarda fase anale, in concomitanza del fatto che la madre l’aveva abbandonata a causa della nascita del fratellino. La scoperta e l’elaborazione di questa fantasia specifica furono un momento cruciale della sua analisi. Non voglio presentare più in dettaglio il materiale di questa paziente, tranne che per dire che penso di aver colto segnali inconsci da lei inviati, che mi hanno disposto a comportarmi in un determinato modo durante le sedute con lei, sia porgendole i fazzoletti, sia dimenticandomene. (Sarebbe pura speculazione legare i due anni e mezzo di analisi con l’età in cui lei iniziò a soffrire di angoscia). Credo che questa paziente mi abbia spinto, in un modo del tutto inconsapevole per entrambi, ad accettare un ruolo corrispondente a un introietto parentale, in cui agivo, dapprima, la parte della madre protettiva e poi, all’improvviso, quella della madre disattenta che non la puliva. Lei sentì che non ero pronto ad assicurarmi della sua pulizia, come, dopo la nascita del fratellino, la madre non era stata pronta a pulirla, perché occupata nelle cure del nuovo bimbo.
Vista la necessaria limitatezza di questa esposizione, non posso dilungarmi in questa questione ricca d’implicazioni, per cui, in conclusione, mi limiterò a toccare solo un altro paio di punti.
Ho suggerito che l’analista, entro certi limiti, in aggiunta alla sua attenzione conscia libera e fluttuante, abbia una rispondenza comportamentale, altrettanto libera e fluttuante.
All’interno dei limiti posti dalla situazione analitica, egli tenderà, sempre che non ne diventi consapevole, a soddisfare il ruolo richiestogli e integrarlo nel suo modo di reagire e di mettersi in relazione con il paziente. Di solito, naturalmente, egli può cogliere in se stesso questa contro-risposta, soprattutto se essa sembra essere inappropriata. Tuttavia, egli può diventarne conscio, grazie all’osservazione del proprio comportamento, delle proprie riposte e dei propri atteggiamenti, solo dopo averli messi in atto.
Ciò di cui mi sono occupato in quest’articolo, è il caso speciale dell’analista che considera qualche aspetto del proprio comportamento come derivante interamente dall’interno di sé, quando esso potrebbe essere più utilmente considerato come un compromesso fra le sue tendenze o inclinazioni e la relazione di ruolo che il paziente, inconsciamente, sta cercando di stabilire. Aggiungerei che non credo che i termini “proiezione”, “esternalizzazione”, “identificazione proiettiva” e “mettere parti di sé nell’analista” siano sufficienti a spiegare e a far capire i processi d’interazione dinamica che accadono nel transfert e nel controtransfert. Sembra che sia coinvolto un complicato sistema di suggerimenti inconsci, sia dati sia ricevuti. Questi processi non avvengono solo nelle relazioni di transfert e controtransfert qui discussi, ma in tutte le normali relazioni oggettuali, come pure nel processo di scelta oggettuale temporanea o permanente.
Note
1 International Review of Psycho-Analysis (1976) 3,43.
2 Voglio usare il termine attualizzazione nel significato della parola dato dal dizionario, non nel senso tecnico specifico nel quale è stato usato da certi AA. Il vocabolario inglese Oxford definisce l’attualizzazione come un “rendere attuale; una realizzazione in azione o fatto”, e attualizzare come “rendere attuale, convertire in un fatto attuale, realizzare in azione”.
Bibliografia
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