Una visione dei contributi chiave di Joseph Sandler alla teoria e alla clinica psicoanalitica
Joseph Sandler è stato lo strumento che ha determinato quella che Ogden (1992) ha chiamato “la rivoluzione silenziosa” nella teoria...
Come sappiamo il termine “controtransfert”, così come il termine “transfert”, ha molti significati. Freud dapprima vide il controtransfert come un’espressione delle “macchie cieche” dell’analista, che rappresentavano un ostacolo all’analisi.
Fin dall’inizio, il controtransfert fu considerato, da lui, essenzialmente un “ostacolo alla libertà della comprensione del paziente da parte dell’analista”. In questo contesto egli considerava la mente dell’analista uno “strumento”…, il cui effettivo funzionamento, nella situazione analitica, era impedito dal controtransfert. Il controtransfert nell’analista era considerato equivalente alla resistenza del paziente (Sandler, Holder, Dare, 1973).
Per quanto riguarda il transfert, bisogna ricordare che Freud lo considerò dapprima un ostacolo, poi, come uno strumento indispensabile per il lavoro analitico. Ad ogni modo, egli non adottò la stessa posizione riguardo al controtransfert ma questo passo inevitabile fu fatto dopo di lui. Il momento in cui “il controtransfert cominciò a essere visto come un fenomeno importante, poiché aiutava l’analista a capire il significato nascosto del materiale portato dal paziente, costituì uno sviluppo cruciale nella letteratura analitica. Il concetto essenziale … è che l’analista ha gli elementi per capire e valutare i processi che avvengono nel suo paziente, che questi elementi non sono immediatamente consci e che però possono essere da lui (l’analista) scoperti se controlla le proprie associazioni, mentre ascolta il paziente” (Sandler, Dare, Holder, 1973).
La prima affermazione esplicita del valore positivo del controtransfert, la dobbiamo a Paula Heimann (1950). Altri autori hanno scritto in merito a quest’argomento sviluppandolo, tuttavia, le due pubblicazioni di Paula Heimann (1950, 1960) devono essere considerate pietre miliari nel cambiamento che ha subito il modo di valutare il controtransfert.
La Heimann cominciò a considerare il controtransfert come un fenomeno riferito a tutti i sentimenti che l’analista può sperimentare nei confronti del suo paziente.
Lei dice che l’analista deve essere capace di “tollerare i sentimenti che sono provocati in lui dalla relazione terapeutica, invece di scaricarli (come fa il paziente), facendo in modo di trattenerli in sé (al contrario di quanto fa il paziente), in modo da subordinarli al compilo della terapia analitica in cui egli funziona come immagine riflessa del paziente”. La Heimann sostiene che l’inconscio dell’analista capisce quello del suo paziente. Questo rapporto a livello profondo viene alla superficie sotto forma di sentimenti, che l’analista, scopre nella risposta al suo paziente, nel suo controtransfert.
Non citerò altri importanti scritti in questo campo tranne che per dire che, naturalmente, si è scritto sul controtransfert anche prima dei lavori della Heimann, e che è stato messo in rilievo che il controtransfert è un fenomeno normale. Ciò che sembra essere stato particolarmente rilevato, sono le differenze tra ciò che potremmo chiamare risposta di “controtransfert utile e appropriata” da un lato e risposta controtransferale “pericolosa” e “non desiderabile” dall’altro. Il contributo della Heimann è stato quello di mostrare chiaramente che la reazione dell’analista può essere utilmente considerata la prima chiave per comprendere ciò che sta succedendo nel paziente. Nel libro “Il paziente e l’analista” (Sandler, Holder, Dare, 1973), abbiamo discusso in dettaglio la letteratura sul transfert e abbiamo concluso dicendo che, dal nostro punto di vista,
… il transfert non deve essere limitato all’illusoria percezione di un’altra persona…ma può intendersi come comprensivo dei tentativi inconsci (e spesso sottili) di manipolare e di provocare situazioni intersoggettive che sono una nascosta ripetizione di precedenti esperienze e rapporti. In precedenza, è stato rilevato che quando tali manipolazioni o provocazioni di transfert avvengono nella vita normale, la persona verso la quale sono dirette può mostrare di non accettare il ruolo, oppure, qualora vi abbia un’inconscia predisposizione, di accettarlo e agire di conseguenza. L’accettazione o il rifiuto di un ruolo transferale non si basa, con tutta probabilità, su una percezione conscia di quanto sta avvenendo, ma piuttosto su indicazioni inconsce. Elementi transferali sono presenti, in varia misura, in tutte le relazioni; i rapporti, infatti, (si pensi ad esempio alla scelta del coniuge o del datore di lavoro) sono spesso determinati da qualche caratteristica dell’altro, che (consciamente o inconsciamente) rappresenta qualche attributo di un’importante figura del passato.
Nelle conclusioni riguardanti il transfert, da parte nostra, vi fu l’estensione della nozione di proiezione o esternalizzazione da parte del paziente di qualche aspetto del passato o di una figura del passato sulla persona dell’analista, a tutti i suoi tentativi di provocare o manipolare le situazioni vissute con l’analista. Credo che tali “manipolazioni” costituiscano una parte importante delle relazioni d’oggetto in generale e che facciano parte, sotto forma di “prova”, dell’esame degli oggetti nel processo di scelta oggettuale. Nel transfert, in molti modi sottili, il paziente tenta di spingere l’analista a comportarsi in un modo particolare e inconsciamente esamina la percezione della sua reazione (dell’analista), per poi, in seguito, adattarvisi. L’analista può essere capace di “trattenere” nella sua coscienza la risposta a questa “stimolazione” che egli percepisce come una sua reazione personale ma, metterei certe risposte di controtransfert in relazione con il transfert e all’interazione comportamentale (verbale e non verbale) tra il paziente e l’analista. Paula Heimann si spinse ad affermare che la risposta dell’analista al paziente può essere usata come base per la comprensione del materiale del paziente, spesso per mezzo di qualcosa che egli coglie e tiene dentro di sé.
Riguardo a questo mi piacerebbe provare ad andare più avanti.
Nessuno può avere dubbi sul valore dell’analisi continua del controtransfert da parte dell’analista. Io credo si possa partire dall’assunto che la comprensione del controtransfert sia veramente importante. Il mio interesse personale sull’oggetto di questo lavoro, negli anni recenti, si è sviluppato parallelamente all’interesse per la psicologia psicoanalitica della relazione d’oggetto e ciò che illustrerò più avanti è basato sull’assunto che tra i due partecipanti al processo analitico si sviluppi una relazione o, perlomeno, un’interazione. Noi siamo del tutto consapevoli delle caratteristiche particolari della situazione analitica, con il suo indurre vissuti regressivi del passato nel presente, in un modo che il paziente vive, di solito, del tutto inconsciamente oppure che razionalizza. Dall’altra parte, vediamo l’analista che fa uso delle sue peculiari capacità, quali: l’attenzione liberamente fluttuante, l’autoanalisi e il mantenimento di ciò che Winnicott (1960) ha definito “atteggiamento professionale”. Per attenzione liberamente fluttuante non intendo la “scarica della mente” da pensieri o ricordi, ma la capacità di permettere a ogni sorta di pensieri, sogni ad occhi aperti e associazioni di entrare nella coscienza dell’analista mentre, allo stesso tempo, sta ascoltando e osservando il paziente.
Ho accennato all’interazione fra paziente e analista e questa è in gran parte (sebbene, ovviamente, non interamente) determinata da ciò che chiamerò relazione di ruolo intrapsichica che ciascuna parte cerca di imporre all’altra. Un aspetto di tale relazione di ruolo può essere adatto al compito attuale, cioè al lavoro analitico. Certamente dalla parte del paziente, possiamo veder emergere un’intera varietà di relazioni di ruolo molto specifiche. Ciò che voglio rilevare è che la relazione di ruolo del paziente in analisi consiste, in ogni momento particolare, di un ruolo nel quale egli pone se stesso, e un ruolo complementare nel quale egli pone l’analista in quel momento particolare. Il transfert del paziente rappresenterebbe così un tentativo, da parte sua, di imporre un’interazione, un’interrelazione (nel senso più largo della parola) fra sé e l’analista. Oggi molti analisti devono avere la convinzione (o almeno la scomoda sensazione) che la concettualizzazione del transfert come trasferimento di un investimento energetico libidico o aggressivo del paziente da un oggetto del passate all’immagine dell’analista nel presente, sia del tutto inadeguata. I desideri e i meccanismi inconsci del paziente, che ci interessano nel nostro lavoro, sono espressi intrapsichicamente, in fantasie e immagini (descrittivamente) inconsce, nelle quali sia il Sé, sia l’oggetto in interazione, sono rappresentati in ruoli particolari. In un certo senso, nel transfert, il paziente tenta di attualizzare2 queste in modo mascherato, all’interno del quadro e dei limiti della situazione analitica. Nel fare ciò, egli si oppone a divenire consapevole di star tentando di imporre qualsiasi relazione infantile. Voglio sottolineare, a questo punto, la differenza fra il contenuto manifesto di ciò che il paziente porta e il contenuto latente inconscio (in particolare le relazioni di ruolo infantili che egli cerca di esprimere o di agire, come pure le relazioni di ruolo difensivo che egli può, aver costruito). Se il paziente si attiene alle regole analitiche, riferirà a parole senza agire e le chiavi a nostra disposizione, come analisti, per comprendere la relazione di ruolo interna inconscia che il paziente sta cercando di imporci, ci verranno dalle nostre percezioni e dall’applicazione dei nostri strumenti analitici.
Si potrebbe considerare persino il più semplice desiderio istintuale, come, ad esempio, uno nei primi anni di vita, un desiderio di imporre e di sperimentare una relazione di ruolo come mezzo di gratificazione di tale istinto. Comunque, ciò che intendo dire qui, si applica non solo ai desideri istintuali inconsci, ma all’intera gamma di desideri inconsci (includendo quelli preconsci), connessi ad ogni sorta di bisogni, gratificazioni e difese.
Parallela all’“attenzione fluttuante” dell’analista vi è quella che chiamerei la sua “rispondenza fluttuante”. Sebbene possa sembrare che gran parte della letteratura ne dia questo quadro, l’analista non è, naturalmente, una macchina in assoluto controllo di sé che da un lato sperimenta e dall’altro fornisce interpretazioni. Fra le molte altre cose, egli parla, saluta il paziente, prende accordi riguardanti faccende pratiche, può scherzare e, in una certa misura, permettere che le sue risposte si distacchino dalla norma psicoanalitica classica. Io sostengo che nelle reazioni manifeste dell’analista al paziente, come pure nei suoi pensieri e sentimenti, si mostra quella che può essere chiamata la sua “rispondenza di ruolo”, non solo nei suoi sentimenti, ma anche nei suoi atteggiamenti e comportamenti, che è un elemento cruciale del suo controtransfert “utilizzabile”.
Darò un paio di esempi per illustrare ciò che intendo.
Mi era stato mandato a causa di crisi di estrema angoscia che lo coglievano nel presentare in pubblico il suo lavoro, sebbene si sentisse del tutto competente e disinvolto nelle discussioni informali della sua vita privata. Aveva avuto un’educazione molto severa, era figlio d’immigrati dall’Europa dell’Est ma, grazie alle sue abilità finanziarie e organizzative, era arrivato a una carica molto importante in un’organizzazione finanziaria.
Nel primo colloquio, pensai che rispondesse molto bene alle interpretazioni (di prova) e sentii che il lavoro con lui avrebbe dato buoni risultati e sarebbe stato piacevole. Durante la prima e la seconda settimana di analisi, mi accorsi di parlare molto di più di quanto faccio solitamente. Posso dire di non essere un analista indebitamente silenzioso. Dopo non molto, sentii che, con questo paziente, qualcosa mi rendeva ansioso; dopo una riflessione auto-analitica, capii che avevo paura (che lui mi lasciasse), che ero ansioso di trattenerlo, di abbassare il suo livello di angoscia, in modo che sarebbe rimasto in analisi e che il mio parlare più del solito serviva allo scopo di evitare il lato aggressivo dei suoi sentimenti ambivalenti.
Quando capii questo, mi sentii sollevato e ritornai al mio solito comportamento analitico. Comunque, sentii subito l’urgenza di parlare durante le sedute e divenni consapevole che il paziente, per mezzo di una leggerà inflessione della voce, finiva sempre le frasi con un interrogativo, sebbene non formulasse mai le domande direttamente. Questo mi diede l’opportunità di fargli vedere quello che stava facendo (egli era del tutto inconsapevole della sua induzione che neppure io avevo rilevato prima) e mostrargli che aveva molto bisogno che io lo rassicurassi parlandogli. Allora, ricordò come da bambino si sentisse molto angosciato quando suo padre tornava a casa dal lavoro e come egli cercasse di indurlo, compulsivamente, a iniziare una conversazione facendogli molte domande per rassicurarsi che non fosse arrabbiato con lui. Suo padre era stato un lottatore professionista, era molto violento e il paziente ne era terrorizzato, ma aveva bisogno della sua ammirazione e del suo amore per sentirsi il bambino preferito. (Più tardi, come ci si poteva aspettare, in analisi si poté vedere la paura della propria ostilità verso il padre). Mi disse che suo padre aveva l’abitudine di non ascoltarlo e di non rispondergli e quanto questo lo spaventasse.
Il paziente, allora, si rese conto che dalla prima infanzia in avanti aveva sviluppato lo stratagemma di fare domande senza porle direttamente e questo era diventato parte del suo carattere; questo tratto s’intensificava nelle situazioni in cui egli temeva di essere disapprovato e aveva bisogno di rassicurazioni nei confronti delle figure autoritarie.
Il punto su cui, qui, voglio porre l’accento è che nel lavoro analitico, oltre a situazioni “ordinarie”, l’analista si troverà spesso a rispondere apertamente al paziente in un modo che egli può sentire indicativo solo dei suoi (dell’analista) problemi, delle sue macchie cieche; egli può, con successo, ricorrere all’auto-analisi per scoprire gli elementi patologici dietro la sua particolare risposta e il suo particolare atteggiamento verso il paziente. Comunque, voglio suggerire che, molto spesso, le risposte irrazionali dell’analista, che è guidato dalla sua consapevolezza professionale a riconoscere come proprie macchie cieche, possono, a volte, essere utilmente considerate come una formazione di compromesso fra le sue tendenze personali e la sua accettazione riflessa del ruolo che il paziente sta cercando di imporgli.
Naturalmente, alcuni analisti saranno più suscettibili a certi ruoli di altri e anche la proporzione del contributo da parte del paziente e dell’analista sarà molto diversa da un caso all’altro. Naturalmente, non tutte le azioni e le reazioni irrazionali dell’analista sono riflessi del ruolo che il paziente lo induce ad assumere.
Ciò che ho voluto evidenziare con questo esempio è, semplicemente, come il paziente, attraverso un sottile elemento del suo comportamento, abbia evocato un’aperta risposta da parte dell’analista che, a prima vista, poteva sembrare solo un controtransfert irrazionale.
Voglio, comunque, affermare che sono assolutamente contrario all’idea che tutte le risposte controtransferali dell’analista siano dovute al ruolo che il paziente gli ha imposto.
Darò qui un altro esempio.
2) Questo si riferisce a una maestra di scuola vicina ai 30 anni. Chiese il trattamento a causa di difficoltà sociali e sessuali e, dopo qualche tempo, diventò chiaro che era atterrita dalla sua invidia del pene e dalla sua ostilità verso la madre; inoltre aveva molteplici angosce fobiche e aveva bisogno di “strutturare” il suo mondo, in modo da sapere, esattamente, in ogni momento, dove si trovasse; riusciva in ciò per mezzo dell’intellettualizzazione e del controllo organizzativo degli altri, compreso l’insegnamento. Il suo bisogno di far ciò, emergeva nel transfert e, dopo circa 3 anni di lavoro analitico, la sua psicopatologia era divenuta molto più chiara e lei era molto migliorata e più serena. Tuttavia rimaneva una parte di materiale alquanto oscuro. Fin dall’inizio aveva pianto durante ogni seduta ed io le avevo passato, abitualmente, la scatola dei fazzoletti di carta ogni volta che cominciava a piangere. Orbene, non sapevo perché facessi ciò, ma, iniziata quest’abitudine, non mi sentii disposto a cambiarla senza una buona ragione.
Senza sapere perché, non avevo sentito appropriato prendere in considerazione la sua incapacità di portare in seduta i suoi fazzoletti, anche se, con altri pazienti, l’avrei fatto. C’erano molti motivi che la spingevano a piangere, incluso il lutto per la madre che voleva uccidere, il lutto per il padre cui sentiva avrebbe dovuto rinunciare e così via. Venne poi a galla che, quando aveva circa due anni, dopo che un fratellino era nato, aveva sentito di aver perso l’attenzione della madre; ricordò anche che, a due anni e mezzo, era stata relegata a giocare da sola nel giardinetto dietro la casa, mentre il fratellino faceva il bagnetto ed era accudito. In quel periodo era stata mandata, per di più, a un kindergarten e ricordava che, alla scuola materna, era molto chiusa, che vezzeggiava un coniglietto bianco e che s’intrufolava nella sua gabbietta. Mi disse poi, che in seguito, dopo molto tempo, aveva saputo che, mentre era ancora nella scuola materna, era stata diagnosticata come “bambina autistica” dallo psicologo della scuola, che era apparentemente molto regredita e aveva scoppi di rabbia incontrollabile. Da questo punto dell’analisi, fummo in grado di comprendere che ripeteva nel presente la sua paura di sporcarsi e di perdere la benevolenza e il suo bisogno di controllare i suoi oggetti, come aveva dovuto controllare i suoi sfinteri. Ciononostante, ci trovavamo di fronte a qualcosa che, per la paziente, rappresentava un’importante fantasia inconscia che non era ancora stata portata alla coscienza.
Avevo il sentore che eravamo a un punto morto. Un giorno, in analisi, accadde una cosa piuttosto nuova. La paziente aveva cominciano a piangere in silenzio, ma, questa volta, non reagii al solito modo; all’improvviso lei cominciò a rimproverarmi e a criticarmi per non averle passato i fazzoletti. Fu colta dal panico e cominciò ad accusarmi di essere malvagio e di trascurarla. Le risposi che non sapevo perché, in quel momento, non le avessi porto i fazzoletti, ma che, se avesse continuato a parlare, insieme, avremmo potuto comprendere molto di più a tale proposito. Il materiale che seguì indicava, molto specificamente, qualcosa che prima non avevamo messo a fuoco. Divenne chiaro che il suo grande bisogno di controllare e di creare “strutture” nella sua vita, non era dovuto alla paura di sporcarsi, ma, piuttosto, al timore che, se si fosse sporcata o bagnata, non ci sarebbe stato nessun adulto pronto a pulirla. Fu chiaro che questa paura aveva dominato la sua vita. Si trattava di una fantasia specifica che sembrava fosse stata elaborata durante la tarda fase anale, in concomitanza del fatto che la madre l’aveva abbandonata a causa della nascita del fratellino. La scoperta e l’elaborazione di questa fantasia specifica furono un momento cruciale della sua analisi. Non voglio presentare più in dettaglio il materiale di questa paziente, tranne che per dire che penso di aver colto segnali inconsci da lei inviati, che mi hanno disposto a comportarmi in un determinato modo durante le sedute con lei, sia porgendole i fazzoletti, sia dimenticandomene. (Sarebbe pura speculazione legare i due anni e mezzo di analisi con l’età in cui lei iniziò a soffrire di angoscia). Credo che questa paziente mi abbia spinto, in un modo del tutto inconsapevole per entrambi, ad accettare un ruolo corrispondente a un introietto parentale, in cui agivo, dapprima, la parte della madre protettiva e poi, all’improvviso, quella della madre disattenta che non la puliva. Lei sentì che non ero pronto ad assicurarmi della sua pulizia, come, dopo la nascita del fratellino, la madre non era stata pronta a pulirla, perché occupata nelle cure del nuovo bimbo.
Vista la necessaria limitatezza di questa esposizione, non posso dilungarmi in questa questione ricca d’implicazioni, per cui, in conclusione, mi limiterò a toccare solo un altro paio di punti.
Ho suggerito che l’analista, entro certi limiti, in aggiunta alla sua attenzione conscia libera e fluttuante, abbia una rispondenza comportamentale, altrettanto libera e fluttuante.
All’interno dei limiti posti dalla situazione analitica, egli tenderà, sempre che non ne diventi consapevole, a soddisfare il ruolo richiestogli e integrarlo nel suo modo di reagire e di mettersi in relazione con il paziente. Di solito, naturalmente, egli può cogliere in se stesso questa contro-risposta, soprattutto se essa sembra essere inappropriata. Tuttavia, egli può diventarne conscio, grazie all’osservazione del proprio comportamento, delle proprie riposte e dei propri atteggiamenti, solo dopo averli messi in atto.
Ciò di cui mi sono occupato in quest’articolo, è il caso speciale dell’analista che considera qualche aspetto del proprio comportamento come derivante interamente dall’interno di sé, quando esso potrebbe essere più utilmente considerato come un compromesso fra le sue tendenze o inclinazioni e la relazione di ruolo che il paziente, inconsciamente, sta cercando di stabilire. Aggiungerei che non credo che i termini “proiezione”, “esternalizzazione”, “identificazione proiettiva” e “mettere parti di sé nell’analista” siano sufficienti a spiegare e a far capire i processi d’interazione dinamica che accadono nel transfert e nel controtransfert. Sembra che sia coinvolto un complicato sistema di suggerimenti inconsci, sia dati sia ricevuti. Questi processi non avvengono solo nelle relazioni di transfert e controtransfert qui discussi, ma in tutte le normali relazioni oggettuali, come pure nel processo di scelta oggettuale temporanea o permanente.
1 International Review of Psycho-Analysis (1976) 3,43.
2 Voglio usare il termine attualizzazione nel significato della parola dato dal dizionario, non nel senso tecnico specifico nel quale è stato usato da certi AA. Il vocabolario inglese Oxford definisce l’attualizzazione come un “rendere attuale; una realizzazione in azione o fatto”, e attualizzare come “rendere attuale, convertire in un fatto attuale, realizzare in azione”.
HEIMANN, P. (1 950) On counter-transference – Int. J. Psycho-Anal. 31, 81-84.
HEIMANN, P. (1960) Counter-transference – Br. J. Med. Psychol. 33, 9-15.
SANDLER, J.; DARE, C.; HOLDER, A. (1973) The Patient and the analyst: the Basis of the Psychoanalytic Process – London: Allen (Trad. it.: Il paziente e l ’ analista – Boringhieri).
WINNICOTT, D.W. (1960) Countertransference – Br. J. Med. Psychol. 33, 17-21.
Come sappiamo il termine “controtransfert”, così come il termine “transfert”, ha molti significati. Freud dapprima vide il controtransfert come un’espressione delle “macchie cieche” dell’analista, che rappresentavano un ostacolo all’analisi.
Fin dall’inizio, il controtransfert fu considerato, da lui, essenzialmente un “ostacolo alla libertà della comprensione del paziente da parte dell’analista”. In questo contesto egli considerava la mente dell’analista uno “strumento”…, il cui effettivo funzionamento, nella situazione analitica, era impedito dal controtransfert. Il controtransfert nell’analista era considerato equivalente alla resistenza del paziente (Sandler, Holder, Dare, 1973).
Per quanto riguarda il transfert, bisogna ricordare che Freud lo considerò dapprima un ostacolo, poi, come uno strumento indispensabile per il lavoro analitico. Ad ogni modo, egli non adottò la stessa posizione riguardo al controtransfert ma questo passo inevitabile fu fatto dopo di lui. Il momento in cui “il controtransfert cominciò a essere visto come un fenomeno importante, poiché aiutava l’analista a capire il significato nascosto del materiale portato dal paziente, costituì uno sviluppo cruciale nella letteratura analitica. Il concetto essenziale … è che l’analista ha gli elementi per capire e valutare i processi che avvengono nel suo paziente, che questi elementi non sono immediatamente consci e che però possono essere da lui (l’analista) scoperti se controlla le proprie associazioni, mentre ascolta il paziente” (Sandler, Dare, Holder, 1973).
La prima affermazione esplicita del valore positivo del controtransfert, la dobbiamo a Paula Heimann (1950). Altri autori hanno scritto in merito a quest’argomento sviluppandolo, tuttavia, le due pubblicazioni di Paula Heimann (1950, 1960) devono essere considerate pietre miliari nel cambiamento che ha subito il modo di valutare il controtransfert.
La Heimann cominciò a considerare il controtransfert come un fenomeno riferito a tutti i sentimenti che l’analista può sperimentare nei confronti del suo paziente.
Lei dice che l’analista deve essere capace di “tollerare i sentimenti che sono provocati in lui dalla relazione terapeutica, invece di scaricarli (come fa il paziente), facendo in modo di trattenerli in sé (al contrario di quanto fa il paziente), in modo da subordinarli al compilo della terapia analitica in cui egli funziona come immagine riflessa del paziente”. La Heimann sostiene che l’inconscio dell’analista capisce quello del suo paziente. Questo rapporto a livello profondo viene alla superficie sotto forma di sentimenti, che l’analista, scopre nella risposta al suo paziente, nel suo controtransfert.
Non citerò altri importanti scritti in questo campo tranne che per dire che, naturalmente, si è scritto sul controtransfert anche prima dei lavori della Heimann, e che è stato messo in rilievo che il controtransfert è un fenomeno normale. Ciò che sembra essere stato particolarmente rilevato, sono le differenze tra ciò che potremmo chiamare risposta di “controtransfert utile e appropriata” da un lato e risposta controtransferale “pericolosa” e “non desiderabile” dall’altro. Il contributo della Heimann è stato quello di mostrare chiaramente che la reazione dell’analista può essere utilmente considerata la prima chiave per comprendere ciò che sta succedendo nel paziente. Nel libro “Il paziente e l’analista” (Sandler, Holder, Dare, 1973), abbiamo discusso in dettaglio la letteratura sul transfert e abbiamo concluso dicendo che, dal nostro punto di vista,
… il transfert non deve essere limitato all’illusoria percezione di un’altra persona…ma può intendersi come comprensivo dei tentativi inconsci (e spesso sottili) di manipolare e di provocare situazioni intersoggettive che sono una nascosta ripetizione di precedenti esperienze e rapporti. In precedenza, è stato rilevato che quando tali manipolazioni o provocazioni di transfert avvengono nella vita normale, la persona verso la quale sono dirette può mostrare di non accettare il ruolo, oppure, qualora vi abbia un’inconscia predisposizione, di accettarlo e agire di conseguenza. L’accettazione o il rifiuto di un ruolo transferale non si basa, con tutta probabilità, su una percezione conscia di quanto sta avvenendo, ma piuttosto su indicazioni inconsce. Elementi transferali sono presenti, in varia misura, in tutte le relazioni; i rapporti, infatti, (si pensi ad esempio alla scelta del coniuge o del datore di lavoro) sono spesso determinati da qualche caratteristica dell’altro, che (consciamente o inconsciamente) rappresenta qualche attributo di un’importante figura del passato.
Nelle conclusioni riguardanti il transfert, da parte nostra, vi fu l’estensione della nozione di proiezione o esternalizzazione da parte del paziente di qualche aspetto del passato o di una figura del passato sulla persona dell’analista, a tutti i suoi tentativi di provocare o manipolare le situazioni vissute con l’analista. Credo che tali “manipolazioni” costituiscano una parte importante delle relazioni d’oggetto in generale e che facciano parte, sotto forma di “prova”, dell’esame degli oggetti nel processo di scelta oggettuale. Nel transfert, in molti modi sottili, il paziente tenta di spingere l’analista a comportarsi in un modo particolare e inconsciamente esamina la percezione della sua reazione (dell’analista), per poi, in seguito, adattarvisi. L’analista può essere capace di “trattenere” nella sua coscienza la risposta a questa “stimolazione” che egli percepisce come una sua reazione personale ma, metterei certe risposte di controtransfert in relazione con il transfert e all’interazione comportamentale (verbale e non verbale) tra il paziente e l’analista. Paula Heimann si spinse ad affermare che la risposta dell’analista al paziente può essere usata come base per la comprensione del materiale del paziente, spesso per mezzo di qualcosa che egli coglie e tiene dentro di sé.
Riguardo a questo mi piacerebbe provare ad andare più avanti.
Nessuno può avere dubbi sul valore dell’analisi continua del controtransfert da parte dell’analista. Io credo si possa partire dall’assunto che la comprensione del controtransfert sia veramente importante. Il mio interesse personale sull’oggetto di questo lavoro, negli anni recenti, si è sviluppato parallelamente all’interesse per la psicologia psicoanalitica della relazione d’oggetto e ciò che illustrerò più avanti è basato sull’assunto che tra i due partecipanti al processo analitico si sviluppi una relazione o, perlomeno, un’interazione. Noi siamo del tutto consapevoli delle caratteristiche particolari della situazione analitica, con il suo indurre vissuti regressivi del passato nel presente, in un modo che il paziente vive, di solito, del tutto inconsciamente oppure che razionalizza. Dall’altra parte, vediamo l’analista che fa uso delle sue peculiari capacità, quali: l’attenzione liberamente fluttuante, l’autoanalisi e il mantenimento di ciò che Winnicott (1960) ha definito “atteggiamento professionale”. Per attenzione liberamente fluttuante non intendo la “scarica della mente” da pensieri o ricordi, ma la capacità di permettere a ogni sorta di pensieri, sogni ad occhi aperti e associazioni di entrare nella coscienza dell’analista mentre, allo stesso tempo, sta ascoltando e osservando il paziente.
Ho accennato all’interazione fra paziente e analista e questa è in gran parte (sebbene, ovviamente, non interamente) determinata da ciò che chiamerò relazione di ruolo intrapsichica che ciascuna parte cerca di imporre all’altra. Un aspetto di tale relazione di ruolo può essere adatto al compito attuale, cioè al lavoro analitico. Certamente dalla parte del paziente, possiamo veder emergere un’intera varietà di relazioni di ruolo molto specifiche. Ciò che voglio rilevare è che la relazione di ruolo del paziente in analisi consiste, in ogni momento particolare, di un ruolo nel quale egli pone se stesso, e un ruolo complementare nel quale egli pone l’analista in quel momento particolare. Il transfert del paziente rappresenterebbe così un tentativo, da parte sua, di imporre un’interazione, un’interrelazione (nel senso più largo della parola) fra sé e l’analista. Oggi molti analisti devono avere la convinzione (o almeno la scomoda sensazione) che la concettualizzazione del transfert come trasferimento di un investimento energetico libidico o aggressivo del paziente da un oggetto del passate all’immagine dell’analista nel presente, sia del tutto inadeguata. I desideri e i meccanismi inconsci del paziente, che ci interessano nel nostro lavoro, sono espressi intrapsichicamente, in fantasie e immagini (descrittivamente) inconsce, nelle quali sia il Sé, sia l’oggetto in interazione, sono rappresentati in ruoli particolari. In un certo senso, nel transfert, il paziente tenta di attualizzare2 queste in modo mascherato, all’interno del quadro e dei limiti della situazione analitica. Nel fare ciò, egli si oppone a divenire consapevole di star tentando di imporre qualsiasi relazione infantile. Voglio sottolineare, a questo punto, la differenza fra il contenuto manifesto di ciò che il paziente porta e il contenuto latente inconscio (in particolare le relazioni di ruolo infantili che egli cerca di esprimere o di agire, come pure le relazioni di ruolo difensivo che egli può, aver costruito). Se il paziente si attiene alle regole analitiche, riferirà a parole senza agire e le chiavi a nostra disposizione, come analisti, per comprendere la relazione di ruolo interna inconscia che il paziente sta cercando di imporci, ci verranno dalle nostre percezioni e dall’applicazione dei nostri strumenti analitici.
Si potrebbe considerare persino il più semplice desiderio istintuale, come, ad esempio, uno nei primi anni di vita, un desiderio di imporre e di sperimentare una relazione di ruolo come mezzo di gratificazione di tale istinto. Comunque, ciò che intendo dire qui, si applica non solo ai desideri istintuali inconsci, ma all’intera gamma di desideri inconsci (includendo quelli preconsci), connessi ad ogni sorta di bisogni, gratificazioni e difese.
Parallela all’“attenzione fluttuante” dell’analista vi è quella che chiamerei la sua “rispondenza fluttuante”. Sebbene possa sembrare che gran parte della letteratura ne dia questo quadro, l’analista non è, naturalmente, una macchina in assoluto controllo di sé che da un lato sperimenta e dall’altro fornisce interpretazioni. Fra le molte altre cose, egli parla, saluta il paziente, prende accordi riguardanti faccende pratiche, può scherzare e, in una certa misura, permettere che le sue risposte si distacchino dalla norma psicoanalitica classica. Io sostengo che nelle reazioni manifeste dell’analista al paziente, come pure nei suoi pensieri e sentimenti, si mostra quella che può essere chiamata la sua “rispondenza di ruolo”, non solo nei suoi sentimenti, ma anche nei suoi atteggiamenti e comportamenti, che è un elemento cruciale del suo controtransfert “utilizzabile”.
Darò un paio di esempi per illustrare ciò che intendo.
Mi era stato mandato a causa di crisi di estrema angoscia che lo coglievano nel presentare in pubblico il suo lavoro, sebbene si sentisse del tutto competente e disinvolto nelle discussioni informali della sua vita privata. Aveva avuto un’educazione molto severa, era figlio d’immigrati dall’Europa dell’Est ma, grazie alle sue abilità finanziarie e organizzative, era arrivato a una carica molto importante in un’organizzazione finanziaria.
Nel primo colloquio, pensai che rispondesse molto bene alle interpretazioni (di prova) e sentii che il lavoro con lui avrebbe dato buoni risultati e sarebbe stato piacevole. Durante la prima e la seconda settimana di analisi, mi accorsi di parlare molto di più di quanto faccio solitamente. Posso dire di non essere un analista indebitamente silenzioso. Dopo non molto, sentii che, con questo paziente, qualcosa mi rendeva ansioso; dopo una riflessione auto-analitica, capii che avevo paura (che lui mi lasciasse), che ero ansioso di trattenerlo, di abbassare il suo livello di angoscia, in modo che sarebbe rimasto in analisi e che il mio parlare più del solito serviva allo scopo di evitare il lato aggressivo dei suoi sentimenti ambivalenti.
Quando capii questo, mi sentii sollevato e ritornai al mio solito comportamento analitico. Comunque, sentii subito l’urgenza di parlare durante le sedute e divenni consapevole che il paziente, per mezzo di una leggerà inflessione della voce, finiva sempre le frasi con un interrogativo, sebbene non formulasse mai le domande direttamente. Questo mi diede l’opportunità di fargli vedere quello che stava facendo (egli era del tutto inconsapevole della sua induzione che neppure io avevo rilevato prima) e mostrargli che aveva molto bisogno che io lo rassicurassi parlandogli. Allora, ricordò come da bambino si sentisse molto angosciato quando suo padre tornava a casa dal lavoro e come egli cercasse di indurlo, compulsivamente, a iniziare una conversazione facendogli molte domande per rassicurarsi che non fosse arrabbiato con lui. Suo padre era stato un lottatore professionista, era molto violento e il paziente ne era terrorizzato, ma aveva bisogno della sua ammirazione e del suo amore per sentirsi il bambino preferito. (Più tardi, come ci si poteva aspettare, in analisi si poté vedere la paura della propria ostilità verso il padre). Mi disse che suo padre aveva l’abitudine di non ascoltarlo e di non rispondergli e quanto questo lo spaventasse.
Il paziente, allora, si rese conto che dalla prima infanzia in avanti aveva sviluppato lo stratagemma di fare domande senza porle direttamente e questo era diventato parte del suo carattere; questo tratto s’intensificava nelle situazioni in cui egli temeva di essere disapprovato e aveva bisogno di rassicurazioni nei confronti delle figure autoritarie.
Il punto su cui, qui, voglio porre l’accento è che nel lavoro analitico, oltre a situazioni “ordinarie”, l’analista si troverà spesso a rispondere apertamente al paziente in un modo che egli può sentire indicativo solo dei suoi (dell’analista) problemi, delle sue macchie cieche; egli può, con successo, ricorrere all’auto-analisi per scoprire gli elementi patologici dietro la sua particolare risposta e il suo particolare atteggiamento verso il paziente. Comunque, voglio suggerire che, molto spesso, le risposte irrazionali dell’analista, che è guidato dalla sua consapevolezza professionale a riconoscere come proprie macchie cieche, possono, a volte, essere utilmente considerate come una formazione di compromesso fra le sue tendenze personali e la sua accettazione riflessa del ruolo che il paziente sta cercando di imporgli.
Naturalmente, alcuni analisti saranno più suscettibili a certi ruoli di altri e anche la proporzione del contributo da parte del paziente e dell’analista sarà molto diversa da un caso all’altro. Naturalmente, non tutte le azioni e le reazioni irrazionali dell’analista sono riflessi del ruolo che il paziente lo induce ad assumere.
Ciò che ho voluto evidenziare con questo esempio è, semplicemente, come il paziente, attraverso un sottile elemento del suo comportamento, abbia evocato un’aperta risposta da parte dell’analista che, a prima vista, poteva sembrare solo un controtransfert irrazionale.
Voglio, comunque, affermare che sono assolutamente contrario all’idea che tutte le risposte controtransferali dell’analista siano dovute al ruolo che il paziente gli ha imposto.
Darò qui un altro esempio.
2) Questo si riferisce a una maestra di scuola vicina ai 30 anni. Chiese il trattamento a causa di difficoltà sociali e sessuali e, dopo qualche tempo, diventò chiaro che era atterrita dalla sua invidia del pene e dalla sua ostilità verso la madre; inoltre aveva molteplici angosce fobiche e aveva bisogno di “strutturare” il suo mondo, in modo da sapere, esattamente, in ogni momento, dove si trovasse; riusciva in ciò per mezzo dell’intellettualizzazione e del controllo organizzativo degli altri, compreso l’insegnamento. Il suo bisogno di far ciò, emergeva nel transfert e, dopo circa 3 anni di lavoro analitico, la sua psicopatologia era divenuta molto più chiara e lei era molto migliorata e più serena. Tuttavia rimaneva una parte di materiale alquanto oscuro. Fin dall’inizio aveva pianto durante ogni seduta ed io le avevo passato, abitualmente, la scatola dei fazzoletti di carta ogni volta che cominciava a piangere. Orbene, non sapevo perché facessi ciò, ma, iniziata quest’abitudine, non mi sentii disposto a cambiarla senza una buona ragione.
Senza sapere perché, non avevo sentito appropriato prendere in considerazione la sua incapacità di portare in seduta i suoi fazzoletti, anche se, con altri pazienti, l’avrei fatto. C’erano molti motivi che la spingevano a piangere, incluso il lutto per la madre che voleva uccidere, il lutto per il padre cui sentiva avrebbe dovuto rinunciare e così via. Venne poi a galla che, quando aveva circa due anni, dopo che un fratellino era nato, aveva sentito di aver perso l’attenzione della madre; ricordò anche che, a due anni e mezzo, era stata relegata a giocare da sola nel giardinetto dietro la casa, mentre il fratellino faceva il bagnetto ed era accudito. In quel periodo era stata mandata, per di più, a un kindergarten e ricordava che, alla scuola materna, era molto chiusa, che vezzeggiava un coniglietto bianco e che s’intrufolava nella sua gabbietta. Mi disse poi, che in seguito, dopo molto tempo, aveva saputo che, mentre era ancora nella scuola materna, era stata diagnosticata come “bambina autistica” dallo psicologo della scuola, che era apparentemente molto regredita e aveva scoppi di rabbia incontrollabile. Da questo punto dell’analisi, fummo in grado di comprendere che ripeteva nel presente la sua paura di sporcarsi e di perdere la benevolenza e il suo bisogno di controllare i suoi oggetti, come aveva dovuto controllare i suoi sfinteri. Ciononostante, ci trovavamo di fronte a qualcosa che, per la paziente, rappresentava un’importante fantasia inconscia che non era ancora stata portata alla coscienza.
Avevo il sentore che eravamo a un punto morto. Un giorno, in analisi, accadde una cosa piuttosto nuova. La paziente aveva cominciano a piangere in silenzio, ma, questa volta, non reagii al solito modo; all’improvviso lei cominciò a rimproverarmi e a criticarmi per non averle passato i fazzoletti. Fu colta dal panico e cominciò ad accusarmi di essere malvagio e di trascurarla. Le risposi che non sapevo perché, in quel momento, non le avessi porto i fazzoletti, ma che, se avesse continuato a parlare, insieme, avremmo potuto comprendere molto di più a tale proposito. Il materiale che seguì indicava, molto specificamente, qualcosa che prima non avevamo messo a fuoco. Divenne chiaro che il suo grande bisogno di controllare e di creare “strutture” nella sua vita, non era dovuto alla paura di sporcarsi, ma, piuttosto, al timore che, se si fosse sporcata o bagnata, non ci sarebbe stato nessun adulto pronto a pulirla. Fu chiaro che questa paura aveva dominato la sua vita. Si trattava di una fantasia specifica che sembrava fosse stata elaborata durante la tarda fase anale, in concomitanza del fatto che la madre l’aveva abbandonata a causa della nascita del fratellino. La scoperta e l’elaborazione di questa fantasia specifica furono un momento cruciale della sua analisi. Non voglio presentare più in dettaglio il materiale di questa paziente, tranne che per dire che penso di aver colto segnali inconsci da lei inviati, che mi hanno disposto a comportarmi in un determinato modo durante le sedute con lei, sia porgendole i fazzoletti, sia dimenticandomene. (Sarebbe pura speculazione legare i due anni e mezzo di analisi con l’età in cui lei iniziò a soffrire di angoscia). Credo che questa paziente mi abbia spinto, in un modo del tutto inconsapevole per entrambi, ad accettare un ruolo corrispondente a un introietto parentale, in cui agivo, dapprima, la parte della madre protettiva e poi, all’improvviso, quella della madre disattenta che non la puliva. Lei sentì che non ero pronto ad assicurarmi della sua pulizia, come, dopo la nascita del fratellino, la madre non era stata pronta a pulirla, perché occupata nelle cure del nuovo bimbo.
Vista la necessaria limitatezza di questa esposizione, non posso dilungarmi in questa questione ricca d’implicazioni, per cui, in conclusione, mi limiterò a toccare solo un altro paio di punti.
Ho suggerito che l’analista, entro certi limiti, in aggiunta alla sua attenzione conscia libera e fluttuante, abbia una rispondenza comportamentale, altrettanto libera e fluttuante.
All’interno dei limiti posti dalla situazione analitica, egli tenderà, sempre che non ne diventi consapevole, a soddisfare il ruolo richiestogli e integrarlo nel suo modo di reagire e di mettersi in relazione con il paziente. Di solito, naturalmente, egli può cogliere in se stesso questa contro-risposta, soprattutto se essa sembra essere inappropriata. Tuttavia, egli può diventarne conscio, grazie all’osservazione del proprio comportamento, delle proprie riposte e dei propri atteggiamenti, solo dopo averli messi in atto.
Ciò di cui mi sono occupato in quest’articolo, è il caso speciale dell’analista che considera qualche aspetto del proprio comportamento come derivante interamente dall’interno di sé, quando esso potrebbe essere più utilmente considerato come un compromesso fra le sue tendenze o inclinazioni e la relazione di ruolo che il paziente, inconsciamente, sta cercando di stabilire. Aggiungerei che non credo che i termini “proiezione”, “esternalizzazione”, “identificazione proiettiva” e “mettere parti di sé nell’analista” siano sufficienti a spiegare e a far capire i processi d’interazione dinamica che accadono nel transfert e nel controtransfert. Sembra che sia coinvolto un complicato sistema di suggerimenti inconsci, sia dati sia ricevuti. Questi processi non avvengono solo nelle relazioni di transfert e controtransfert qui discussi, ma in tutte le normali relazioni oggettuali, come pure nel processo di scelta oggettuale temporanea o permanente.
1 International Review of Psycho-Analysis (1976) 3,43.
2 Voglio usare il termine attualizzazione nel significato della parola dato dal dizionario, non nel senso tecnico specifico nel quale è stato usato da certi AA. Il vocabolario inglese Oxford definisce l’attualizzazione come un “rendere attuale; una realizzazione in azione o fatto”, e attualizzare come “rendere attuale, convertire in un fatto attuale, realizzare in azione”.
HEIMANN, P. (1 950) On counter-transference – Int. J. Psycho-Anal. 31, 81-84.
HEIMANN, P. (1960) Counter-transference – Br. J. Med. Psychol. 33, 9-15.
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Joseph Sandler è stato lo strumento che ha determinato quella che Ogden (1992) ha chiamato “la rivoluzione silenziosa” nella teoria...