Persistenza nelle funzioni e nello sviluppo psicologico

di Joseph Sandler e Walter G. Joffe

19 Feb 2026

Sin dai primi inizi della psicoanalisi, l’assunto che il passato persista nel presente è stato una pietra angolare delle nostre concezioni. Freud ha sempre attribuito una particolare importanza al punto di vista generico e alle ricostruzioni genetiche in analisi ed è riuscito, a partire dal materiale clinico di casi adulti, a individuare una sequenza di fasi evolutive tipiche, ciascuna delle quali lascia la sua impronta su quelle successive. L’esistenza di queste fasi, descritte e identificate secondo quanto è emerso dalle ricostruzioni genetiche, è stata ampiamente confermata dalle osservazioni condotte dagli psicoanalisti che si occupano dei bambini. Tali osservazioni, da un lato, e l’introduzione nella teoria psicoanalitica dei concetti di sfera dell’Io libera da conflitti, di autonomia primaria e secondaria (Hartmann, 1939) e di neutralizzazione (Hartmann, Kris e Loewenstein, 1949), dall’altro, ci hanno reso più consapevoli della grande complessità dello sviluppo e ci hanno sempre più portato a considerarlo alla luce delle molteplici interazioni fra Es, Io, Super-io e realtà esterna.


Anna Freud ha riassunto (1963a) l’attuale impostazione teorica sulle fasi dello sviluppo infantile. Lei dice:


Nella nostra teoria psicoanalitica le sequenze evolutive sono state delineate solo tenendo conto di aspetti particolari e circoscritti della personalità del bambino. Riguardo allo sviluppo della pulsione sessuale, per esempio, abbiamo la sequenza delle fasi libidiche (…) che, pur con notevoli sovrapposizioni, corrisponde grosso modo a età specifiche. Per quanto riguarda la pulsione aggressiva, siamo già meno precisi e ci accontentiamo in genere di mettere in relazione specifiche espressioni dell’aggressività con specifiche fasi libidiche (…) Sul versante dell’Io i vari stadi e livelli del senso di realtà, conosciuti attraverso la psicoanalisi, forniscono una norma sia per stabilire una cronologia delle attività difensive, sia per quanto riguarda lo sviluppo del senso morale (p. 807).


Al fine di eliminare quel tanto di artificiosità, inevitabile allorché si consideri lo sviluppo in termini di istanze psichiche separate, Anna Freud ha proposto (1963a) di ampliare il nostro quadro teorico relativo allo sviluppo, e ha introdotto il concetto


di linee evolutive; si tratta di una serie di tappe dello sviluppo, ordinate in precise sequenze cronologiche che richiedono la reciproca collaborazione delle varie parti della personalità. Anche se in condizioni normali è legittimo attendersi un certo grado di corrispondenza tra le varie linee di sviluppo, non è raro il caso che si manifestino, in misura variabile, discrepanze fra di esse.


L’applicazione del concetto di linee evolutive ci ha permesso di evitare la potenziale unilateralità inerente a una concezione dello sviluppo che prenda in considerazione ora questa ora quest’altra istanza psichica. È evidente che, seppur gradualmente, è andata aumentando in modo sostanziale la comprensione psicoanalitica dei molteplici processi d’interazione che prendono parte allo sviluppo progressivo; negli ultimi due o tre decenni, inoltre, abbiamo arricchito e integrato la teoria dello sviluppo con la conoscenza delle interazioni fra individuo e realtà esterna. Se, tuttavia, si prende in considerazione il fenomeno della regressione, si riscontra che generalmente è mantenuta una netta distinzione, ritenuta fondamentale, tra processi regressivi nell’Es e nell’Io. Ancora una volta possiamo rivolgerci ad Anna Freud per avere una chiara esposizione degli attuali punti di vista in merito (1963b):


Nel nostro lavoro di analisti abbiamo acquistato tanta familiarità con questa interrelazione costante tra fissazioni e regressioni pulsionali che dobbiamo guardarci dall’errore, quasi automatico, di considerare i processi regressivi sul piano dell’Io e del Super-io in termini corrispondenti. Mentre, infatti, le prime sono soprattutto determinate dall’ostinata adesione delle pulsioni a tutti gli oggetti e a tutte le posizioni che hanno in passato prodotto soddisfacimento, questo tipo di caratteristiche non svolge alcun ruolo nella regressione dell’Io, che si fonda su principi differenti e segue norme diverse (p. 832).


Per quanto riguarda la regressione dell’Io, dice:


È necessario annotare una caratteristica peculiare della regressione dell’Io, indipendente dai vari fattori causali. In contrasto con la regressione delle pulsioni, i movimenti regressivi a livello dell’Io non riconducono a posizioni precedentemente stabilite, dal momento che non esistono punti di fissazione. Essi invece ripercorrono a ritroso, passo per passo, la linea seguita in precedenza in senso progressivo. Lo dimostra il dato clinico che nella regressione dell’Io è sempre invariabilmente l’acquisizione più recente che è perduta per prima (pp. 836 sg.).


Benché sia indubbiamente vero che le leggi della regressione sono diverse per le modalità di scarica pulsionale da un lato e per quelle funzioni di controllo e di organizzazione, che consideriamo proprie all’Io, dall’altro, nell’attuale teoria della regressione permangono, tuttavia, certe difficoltà e complicazioni. In che misura, per esempio, siamo autorizzati a considerare la perdita di controllo degli sfinteri e un ritorno all’insudiciarsi come una regressione dell’Io piuttosto che dell’Es? Com’è possibile spiegare, sulla base unicamente della regressione pulsionale, i cambiamenti nel funzionamento dell’Io che ritroviamo nello sviluppo di una nevrosi ossessiva? La regressione a precedenti forme di relazione oggettuale non comporta anche cambiamenti nell’Io oltre che nell’Es? E così via.


Freud ha, in effetti, sottolineato, in Inibizione, sintomo e angoscia (1925b), come la distinzione teorica tra Io ed Es, benché utile per particolari scopi, non dovrebbe essere mantenuta troppo rigidamente. Egli sostenne che l’Io è, a volte, “identico all’Es, è solo una parte singolarmente differenziata dell’Es” (p. 247). L’idea di una certa continuità funzionale tra Io ed Es è stata successivamente elaborata da altri autori.


In questo capitolo desideriamo affrontare i problemi dell’interazione tra Es e Io dal punto di vista della distinzione tra struttura e funzione; alla luce di questa distinzione prenderemo in esame sia la regressione pulsionale, sia la regressione dell’Io. Proporremo la nozione di “tendenza alla persistenza”, cioè, in sostanza, l’idea che le modalità primitive di funzionamento tendono a persistere attivamente nel presente sotto forma di “prove”, che sono normalmente inibite. Consideriamo tale tendenza essenziale per tutte le forme di regressione; questa non è intesa come un semplice “tornare indietro” o un “revival”, ma come un processo di liberazione e disinibizione di passati modi di funzionamento.


Nei capitoli 3 e 4 abbiamo già visto che alcune difficoltà inerenti alla teoria della regressione possono essere affrontate con profitto tenendo conto della distinzione tra struttura e funzione. Diversi autori in anni recenti hanno studiato questa distinzione che è rilevante per il funzionamento psichico a tutti i livelli. Benché Freud abbia messo a fuoco il concetto di struttura solo nel 1922, a proposito di quelle che Merton Gill (1963) ha chiamato le “macrostrutture”, vale a dire l’Es, l’Io e il Super-io, egli si era già servito del concetto, in un senso più generale, molti anni prima. Per esempio, nell’Interpretazione dei sogni (1899) egli aveva parlato di struttura in riferimento a ciò che chiamò “un ordinamento psichico” (p. 555). In tempi recenti sono divenute sempre più evidenti l’esigenza e l’utilità di un concetto più ampio e generale di struttura che non quello usato da Freud nel 1922. Hartmann, per esempio, parlando dell’apparato difensivo automatizzato, ha detto, nel 1939: “Tale apparato, poiché struttura relativamente indipendente, può entrare al servizio di altre funzioni”, introducendo, in tale modo, l’importante concetto di “cambiamento di funzione”, concetto che sta alla base di gran parte della discussione che seguirà in questo capitolo.


Rapaport ha usato il concetto di struttura in un senso molto ampio includendovi anche le strutture cognitive che sono “sia gli strumenti quasi permanenti che il processo cognitivo usa senza doverli creare ogni volta ex novo, sia quelle organizzazioni quasi permanenti di essi che costituiscono il telaio dei processi cognitivi dell’individuo”. Le strutture cognitive più comuni sono, secondo Rapaport (1957), le strutture della memoria.


Gill nella sua recente monografia (1963) ha preso in considerazione, abbastanza dettagliatamente, la distinzione tra struttura e funzione. Egli osserva che “sembra lecito affermare che tutti i meccanismi mentali rientrino nella definizione di struttura psichica intesa come forma di funzionamento che non è creata ad hoc, ma che è in permanenza a disposizione del processo psichico”. Egli distingue tra istanza e funzione svolta dall’istanza stessa.


Anche Holt (1965) ha parlato di persistenza delle strutture. Egli propone di considerare la struttura percettiva come “un programma per elaborare una combinazione di informazioni interne e ambientali in modo tale da ottenere un risultato percettivo”. Tuttavia, mentre Holt sostiene che questi programmi (cioè le strutture) possono essere “riscritti” (il che forse si accorda con l’idea di Rapaport di strutture quasi permanenti), noi abbiamo proposto, nel capitolo 3, l’ipotesi che le strutture, nel normale corso degli eventi, non vadano mai perse, e che invece si creino nuove strutture supplementari, di crescente complessità, che nel corso dello sviluppo si sovrappongono a quelle più antiche. L’organizzazione più complessa, che ne deriva, non deve soltanto fornire mezzi efficaci di scarica e di controllo, ma deve anche comprendere sistemi d’inibizione nei confronti dell’utilizzazione delle precedenti strutture. Usando la terminologia di Holt, potremmo dire che i programmi non sono riscritti tali e quali, ma che piuttosto i vecchi programmi sono costantemente modificati in seguito a un processo di sovrapposizione. Affinché il programma (la struttura) risultante possa essere usato in modo efficace, deve contenere componenti adibiti all’inibizione di programmi precedenti,


David Beres (1965) ha richiamato l’attenzione su alcune ambiguità esistenti nell’uso passato e presente dei concetti di struttura e di funzione. Tenendo conto delle sue osservazioni, dobbiamo precisare che in questa sede ci serviamo dei concetti di funzione e di struttura per indicare da un lato le attività e i processi, dall’altro i modelli di organizzazione, gli schemi, le istanze, gli apparati e i meccanismi. Facendo riferimento a questa distinzione è possibile affermare che, una volta che sia stato raggiunto un certo livello di organizzazione strutturale, essa non va mai distrutta (tranne che in conseguenza di modificazioni organiche della sostanza cerebrale); il modo di funzionare, d’altro canto, può variare entro limiti molto ampi.


Ci sia concesso di illustrare la distinzione tra funzione e struttura raccontando la storiella1 dell’irlandese che era stato condotto in Tribunale sotto l’accusa di illecita distillazione di whisky. Contro la sua affermazione di “non colpevolezza”, il giudice sostenne che egli doveva inevitabilmente essere ritenuto colpevole perché era stato scoperto in possesso dell’apparecchiatura per la distillazione di whisky, e il possesso di un alambicco illegale era una prova sufficiente di colpevolezza. Essendogli stato chiesto se volesse dire qualcosa prima della sentenza, Paddy rispose con foga: “Sì, vorrei essere incriminato anche per i delitti di incesto, sodomia, violenza e stupro.” “Che Dio ci salvi, veramente ha commesso questi terribili crimini?” esclamò il magistrato. “No, Vostro Onore – disse Paddy – ma ero in possesso dell’apparato.”


Ritornando ora al problema dello sviluppo strutturale, possiamo forse precisare ulteriormente le nostre idee in proposito. Sappiamo che durante lo sviluppo avvengono cambiamenti strutturali che corrispondono, ovviamente, a cambiamenti nell’organizzazione delle funzioni che caratterizzano le varie fasi dello sviluppo. Abbiamo ipotizzato che avvenga la sovrapposizione di una struttura modificante su di un’altra, accompagnata da un certo grado d’integrazione progressiva, per cui la struttura finale, o più recente, mostra l’influenza di precedenti organizzazioni strutturali (o ne conserva perfino delle parti) e comprende, come elemento essenziale, un’intera gerarchia di strutture inibitorie. Ciò è in accordo con la descrizione che Rapaport dà dell’Io, come di una “organizzazione emergente” la cui Gestalt organizzativa finale è qualcosa di diverso dalla semplice somma delle sue parti.


I cambiamenti nel funzionamento dell’Io, quelli, per intenderci, che vediamo nelle regressioni nevrotiche, non comportano necessariamente cambiamenti nella struttura dell’Io; assistiamo invece al reimpiego di strutture del passato che sono state inibite nel corso dello sviluppo. Nel capitolo 3 abbiamo parlato, a questo riguardo, di perdita dell’autonomia funzionale e abbiamo detto che, a differenza di questa, l’autonomia strutturate è perduta solo in occasione di certe malattie mentali e organiche. Nel capitolo 4, discutendo il concetto di autonomia funzionale, abbiamo parlato di regressione funzionale dell’Io. Potremmo anche parlare a questo proposito di fissazione dell’Io, per indicare sia l’eccessiva persistenza dell’influenza di precedenti modalità organizzate di funzionamento sulle organizzazioni successive, sia la particolare tendenza al reimpiego di strutture più arcaiche in occasione di stati di tensione interna o esterna. Gli effetti della fissazione dell’Io si evidenziano nel cosiddetto stile di funzionamento dell’Io, vale a dire in quella configurazione organizzativa che influenza i controlli percettivi e cognitivi e la scelta dell’uso di particolari meccanismi di difesa (G. S. Klein, 1958; Gardner e altri, 1959; Holzman, 1962).


Siamo ora in grado di esaminare in modo più approfondito la distinzione tra regressione pulsionale e regressione funzionale dell’Io. Se è vero che la regressione funzionale dell’Io può essere influenzata dalla regressione pulsionale e viceversa, non esiste in alcun modo una perfetta correlazione tra i due processi; anzi, è possibile differenziare tra loro i vari stati psicopatologici sulla base della prevalenza di una forma di regressione rispetto all’altra. In ogni caso, tuttavia, esistono una correlazione e un’interazione tra le due forme di regressione, che riflettono l’interazione tra la pulsione e il controllo, presente in ogni fase dello sviluppo. In effetti, anche se abbiamo differenziato la regressione funzionale dell’Io dalla regressione pulsionale – distinzione che riteniamo di fondamentale rilevanza clinica – sappiamo che entrambe sono, di fatto, forme di regressione funzionale; la prima è una regressione funzionale dell’Io, la seconda dell’Es. Le strutture e gli apparati dell’Es, al pari delle strutture dell’Io, persistono in noi nel corso di tutta la nostra vita, anche se, come mostra la storiella di Paddy, possono non essere sempre pienamente utilizzate.


Nel capitolo 4 abbiamo cercato di rendere ragione del fatto che la regressione pulsionale alla fase sadico-anale non sempre si accompagna allo sviluppo di una nevrosi ossessiva; abbiamo anche sostenuto che né i fattori economici né gli altri fattori abitualmente citati, sono sufficienti a spiegare la particolare forma assunta da questa malattia. Abbiamo proposto, a mo’ di soluzione, l’ipotesi che i cambiamenti che hanno luogo nella nevrosi ossessiva possono essere attribuiti sia alla regressione pulsionale, sia a una contemporanea regressione funzionale dell’Io. Abbiamo sostenuto che la natura specifica di questa regressione dell’Io è predeterminata dal particolare stile di funzionamento percettivo e cognitivo sviluppato dall’individuo, stile che risulta fortemente influenzato dalle particolari vicissitudini dello sviluppo dell’Io durante la fase anale. Abbiamo considerato le caratteristiche attività difensive, presenti nella nevrosi ossessiva, come forme ipertrofizzate di quelle attività di controllo che assumono tanta importanza in questa fase. A questo proposito Lampi-de Groot (1965) ha osservato: “(…) [possiamo] considerare i meccanismi di difesa nevrotici come meccanismi di regolazione e di adattamento che appartengono, di per sé stessi, allo sviluppo normale e che hanno subito un processo patologico di ipertrofia e di deformazione”.


Abbiamo parlato prima delle strutture inibitorie, cioè delle organizzazioni dei processi inibitori. Per inibizione intendiamo qui una forma di azione interna, di qualche tipo, che produce il blocco di una particolare via di scarica. L’inibizione non dovrebbe essere considerata come un processo statico, anche se spesso è descritta, per esempio, in termini di sbarramenti che sono eretti per prevenire la scarica. Noi la concepiamo, piuttosto, come un processo dinamico, un’azione interna di contenimento, che fa seguito a una scarica parziale o di prova, prova che può essere eventualmente limitata a una scarica “segnale” o a una scarica “campione”. Ciò è in accordo con quanto dice Freud nell’Interpretazione dei sogni sul ruolo dell’inibizione nel funzionamento del processo secondario (pp. 545-54). Sebbene l’azione di prova possa limitarsi a un’azione “campione”, si tratta, comunque, di un’azione interna, non apparente, che è rapidamente inibita non appena sia stata, in qualche modo, valutata dall’Io inconscio. Possiamo postulare che ogni scarica manifesta (nell’azione, nella percezione, nella fantasia o nel pensiero) sia preceduta da processi di prova e d’inibizione; essi possono svolgersi in modo estremamente rapido e certamente al di fuori della consapevolezza conscia, così da occupare, perlopiù, un tempo estremamente breve. Noi pensiamo, come diremo poco oltre, che, anche in questo breve periodo di tempo, forme di scarica di prova sono saggiate ed esaminate dall’Io; quelle insoddisfacenti sono di norma respinte o inibite, mentre a quelle idonee è permessa una qualche forma di scarica manifesta nella coscienza o nella motilità.


Vorremmo illustrare questo processo con un esempio tratto dalla nostra esperienza personale. Entrambi gli autori di questo capitolo sono nati e cresciuti nell’Unione Sudafricana. Ora, la parola usata da tutti i sudafricani per la moneta da tre penny (che vale circa 4 cents) è tickey. Tale parola è sconosciuta in Inghilterra, dove si usa invece la parola “threepence”. Ovviamente abbiamo dovuto abbandonare l’uso della parola “tickey” quando siamo venuti in Inghilterra, ma ci siamo entrambi reso conto, ognuno per conto proprio, che la nostra prima reazione al simbolo dei tre penny (3d) era di formulare la parola “tickey”, che era stata soppressa ed era divenuta, in senso descrittivo, inconscia. Mentre pensavamo che l’uso della parola “threepence” fosse divenuto automatico, quel che accadeva in realtà era che l’azione di “prova” di dire “tickey” era regolarmente inibita e sostituita con la verbalizzazione “threepence”. Abbiamo entrambi notato che in momenti di tensione la parola “tickey” tornava fuori nel corso della conversazione, fenomeno che si può forse definire come una forma di regressione; esso è stato probabilmente notato da tutti quelli che imparano e usano abitualmente una nuova lingua. Con questo esempio, desideriamo sottolineare un punto di importanza più generale e cioè che, in casi come questi, non abbiamo a che fare con un semplice “tornare indietro”, ma, piuttosto, con un’improvvisa liberazione di un’inibizione dinamica che, in condizioni normali, è continuamente imposta, ex novo, nel presente.


Può essere utile fare un altro esempio che è ancora attinente al linguaggio. Se si crea in laboratorio una situazione sperimentale in cui s’impedisce al soggetto di udire la propria voce mentre sta parlando (alimentando il circuito delle cuffie con un cosiddetto “suono bianco”) s’interferisce nell’autocontrollo della parola, provocando la comparsa di una varietà di fenomeni. Per esempio, se il soggetto ha parlato nell’infanzia con un accento straniero, questo può riapparire; noi siamo propensi a pensare che il vecchio accento permanga, sotto forma di “scarica di prova” che in condizioni normali è regolarmente inibita; tale inibizione è temporaneamente messa fuori causa quando si interferisca con il processo di feedback auditivo.


Questi fenomeni, che rientrano nell’ambito di quella che Werner (1956, 1957) ha chiamato la microgenesi, sono stati studiati mediante i cosiddetti “esperimenti genetici in laboratorio”. La microgenesi è stata descritta (Flavell e Draguns, 1957) nel modo seguente:


Il termine “micro genesi” è stato coniato, per la prima volta da Werner (1956) per tradurre in modo approssimato la parola tedesca Aktualgenese; esso designa la sequenza di eventi che si presume abbiano luogo nel periodo di tempo che intercorre tra la presentazione di uno stimolo e la formazione di una singola risposta cognitiva (percetto o pensiero), relativamente stabile, allo stimolo stesso. In modo più specifico, il termine designa, principalmente, i pre-stadi di atti cognitivi estremamente brevi, quali i processi che hanno luogo nella percezione immediata di un semplice stimolo visivo o uditivo, o nell’atto cognitivo di produrre un’associazione verbale, ecc.


Non è un gran passo applicale il concetto di microgenesi a tutte le risposte psichiche e comportamentali e a tutte le forme di stimolo e quindi anche a quelle rappresentazioni che sono stimolate e riattivate sotto la pressione delle pulsioni. Tuttavia, la maggior parte del lavoro sperimentale sinora compiuto ha privile-giato lo studio delle risposte percettive e cognitive a stimoli esterni presentati in laboratorio.


I lavori iniziali più importanti sulla microgenesi percettiva furono portati a termine nei dieci o quindici anni precedenti l’ultima guerra mondiale dal seguace della psicologia della Gestalt F. Sander e dai suoi collaboratori (1928). Essi partirono dall’ipotesi che, se fosse stato possibile bloccare la formazione di percetti chiari e completi presentando gli stimoli per periodi di tempo molto brevi, si sarebbero potuti evocare i normali precursori della percezione completa. Senza occuparci qui in dettaglio del lavoro di Sander e dei suoi collaboratori, ci interessa rilevare che sembra esistere un perfetto parallelismo fra micro-sviluppo della percezione nell’“hic et nunc” e sviluppo ontogenetico della percezione stessa. Assistiamo cioè a quella che si potrebbe chiamare una “ricapitolazione microgenetica” dello sviluppo ontogenetico.


Anche Schilder (1942, 1951) ha formulato ed elaborato quella che, in sostanza, è una teoria microgenetica del pensiero. Egli ha ipotizzato che nella schizofrenia avvenga la comparsa di forme cognitive arcaiche che intrudono nella coscienza e si esprimono apertamente, come se si trattasse di forme di pensiero pienamente elaborate. Sembra plausibile l’ipotesi che in queste circostanze venga a mancare l’efficace intervento delle normali strutture inibitorie.


Gli esperimenti dello stesso Werner ebbero luogo nell’ambito di uno studio della microgenesi e dell’afasia (1956), in cui egli dimostrò l’esistenza di un parallelo tra la normale microgenesi della percezione e i disturbi di percezione e cognizione che si possono ritrovare nei pazienti afasici; egli parlò, a proposito della sintomatologia afasica, di “deragliamento microgenetico”, i cui rapporti con i processi di regressione funzionale meriterebbero di essere studiati.2


Ivo Köhler, di Innsbruck, ha recentemente sviluppato gli esperimenti di Stratton con occhiali che rovesciano il campo visivo e ha dimostrato, in maniera estremamente convincente, che gli stadi dell’apprendimento a percepire e a controllare un mondo visivamente distorto corrispondono alle normali tappe evolutive nella formazione del percetto. Per esempio, vi è un primissimo stadio sensorimotorio di orientamento spaziale seguito da uno stadio in cui gli oggetti sono percepiti perché “cose di azione”. I soggetti prima imparano a muoversi senza sbagli, poi a percepire le cose che usano. Queste “cose di azione” sono correttamente percepite quando i quadri alle pareti sono visti ancora rovesciati (Köhler, 1951, 1953, 1964; Werner e Wapner, 1955). Questi “esperimenti genetici”, condotti da psicologi in Germania e negli Stati Uniti, ci offrono una tecnica molto promettente di ricerca sperimentale sui processi di sviluppo, fissazione e regressione.


Se applichiamo il punto di vista qui descritto ai meccanismi di difesa, possiamo, per esempio, concepire la rimozione come un processo dinamico continuo, che non è possibile descrivere esaurientemente solo in termini di ritiro dell’investimento d’attenzione e di applicazione di un controinvestimento. Possiamo pensare che il moto pulsionale rimosso prenda la forma di una rappresentazione sensorimotoria che è ripetutamente sospinta verso la scarica completa, sotto la pressione della pulsione. Il processo di rimozione consiste, allora, in un rapido esame e in una rapida valutazione inconscia da parte dell’Io della rappresentazione in arrivo, esame che è seguito dall’applicazione di una controforza che impedisce alla rappresentazione stessa di procedere oltre. Tutto avviene come se l’Io potesse, del tutto al di fuori della coscienza, esaminare il campo delle rappresentazioni emergenti, attivate dall’Es, e dirigere, probabilmente sulla base di segnali di avvertimento di angoscia, una controforza inibitrice contro di esse; in tal modo la scarica della pulsione è impedita o deve essere ricercata per mezzo di rappresentazioni sensorimotorie più accettabili. L’Io esercita continuamente il proprio giudizio tenendo conto non solo del contenuto della rappresentazione pulsionale, ma di tutte le informazioni, del passato e attuali, che ha a sua disposizione. Possiamo ipotizzare che l’Io esamini e organizzi i dati che si presentano al suo organo di senso orientato verso l’interno più o meno nello stesso modo in cui esamina, seleziona e organizza le informazioni che gli provengono dagli altri organi di senso.


L’Io si trova costantemente confrontato con la necessità di risolvere problemi, in sostanza deve prendere delle decisioni di momento in momento per riuscire a rispondere a tono alle richieste, spesso conflittuali, della realtà e delle varie istanze psichiche. Se le organizzazioni esistenti sono adeguate a far fronte all’immediato compito adattativo, allora i processi di azione di prova e di inibizione procedono rapidamente e senza intoppi, ed è lecito parlare in questo caso, per dirla con Hartmann, di “automatizzazione”.3 Quando l’organizzazione esistente non è in grado di affrontare con efficacia e in modo adeguato il problema del momento, si manifesterà una tendenza a saggiare, sotto forma di prova interna, soluzioni che si sono dimostrate efficaci in passato e a integrarle in una nuova organizzazione adeguata al compito. Anche se tale processo di riorganizzazione, avviene in un tempuscolo molto breve, avverrà una forma di regressione temporanea al servizio dell’Io (per usare il termine di Kris). Saremmo tentati di sviluppare questi concetti ricollegandoci a tutto quanto è stato scritto sul tema della creatività; ci limiteremo a richiamare l’attenzione sull’esistenza di differenze individuali riguardo alla possibilità di una regressione temporanea al servizio della creatività (vedi il lavoro di George Klein e altri) e a osservare che, nel momento creativo, regressione e progressione procedono di pari passo.4


Qualora non sia possibile, per qualsiasi ragione, creare organizzazioni progressivamente adattative e di più alto livello, possiamo assistere alla comparsa di una soluzione dominata da strutture (cioè organizzazioni) geneticamente più arcaiche. In questo caso possiamo parlare di regressione vera e propria, con cui abbiamo tanta familiarità nella pratica clinica. Se la regressione influenza principalmente le attività di controllo, di ritardo e di inibizione della scarica, si avrà una regressione funzionale dell’Io; se invece modifica le vie attraverso cui avviene la scarica pulsionale, si parlerà di regressione pulsionale. I particolari punti di fissazione, che a loro volta determinano la natura e l’intensità della regressione funzionale in questione, possono essere considerati inerenti, secondo quanto abbiamo già discusso, al particolare stile di funzionamento dell’organismo. Con il termine di “stile” intendiamo riferirci ai modi di funzionamento, sia manifesti sia soggetti a inibizione. Si tratta di un argomento che richiede un’elaborazione più esauriente di quella che ci è possibile presentare in questa sede.


Quanto abbiamo detto sinora, può essere condensato nel concetto di tendenza alla persistenza. II nocciolo di questo concetto è il seguente: in ogni “evento” psicologico o in ogni tentativo di risolvere problemi (come la necessità di trovare una forma appropriata di scarica pulsionale, la ricerca di una soluzione ai compiti posti dall’ambiente e la stessa attività cognitiva e percettiva, ecc.) la decisione raggiunta è preceduta da una rapida ricapitolazione esplorativa di precedenti soluzioni che si sono affermate nel corso dello sviluppo ontogenetico dell’individuo. II concetto di persistenza implica anche che l’organizzazione di precedenti soluzioni, vale a dire la “struttura”, come noi la concepiamo, persiste, anche se sono continuamente create nuove strutture di crescente complessità.


Vorremmo concludere considerando alcune implicazioni e applicazioni del concetto di persistenza..


Abbiamo tutti ben presenti i processi che designiamo con i termini di identificazione e proiezione. L’identificazione (ci riferiamo qui all’identificazione secondaria), come è concepita oggi da un certo numero di autori, comporta un cambiamento nella rappresentazione del Sé sul modello di una rappresentazione dell’oggetto; la proiezione è l’attribuzione, a una rappresentazione dell’oggetto, di un aspetto della rappresentazione del Sé. Questi processi possono verificarsi solo dopo che si siano creati i confini tra la rappresentazione del Sé e la rappresentazione dell’oggetto; prima esiste quello che Freud indica con il termine di identificazione primaria, Piaget con quello di “adualismo”, mentre altri parlano di identità primaria. Un termine più appropriato per definire questo primissimo stato potrebbe essere quello di “confusione primaria” (vedi vol. 1, cap. 4).


Nell’applicare l’idea di persistenza ai processi di identificazione e di proiezione che si verificano nel bambino più grandicello o nell’adulto, possiamo ipotizzare che, ogniqualvolta un oggetto è percepito o ne sia ricordata la rappresentazione, si abbia sempre la momentanea persistenza, seppur per un tempuscolo brevissimo, del primario stato di confusione. Immediatamente dopo, i confini tra il Sé e l’oggetto sono imposti da un preciso atto di inibizione e di definizione di confini. È come se l’Io dicesse: “Questo sono io e quello è lui”. È questa una concezione ben diversa da quella che postula un confine statico dell’Io o del Sé che permane una volta che sia stato creato. Entra in gioco qui l’inibizione dello stato di confusione primaria e la funzione egoica di disidentificazione, un atto psichico di distinzione tra Sé e oggetto che deve essere ripetuto più e più volte; la funzione di disidentificazione a sua volta fa uso di strutture che possiamo chiamare confini.


La persistenza di questa confusione primaria, geneticamente precoce, nell’esperienza di tutti i giorni, è evidente se solo pensiamo al nostro modo di muoverci e di mettere in tensione il corpo quando guardiamo dei pattinatori sul ghiaccio, o vediamo un film western. Sicuramente abbiamo tutti fatto l’esperienza di raddrizzare il corpo nel vedere qualcuno scivolare o incespicare. In queste esperienze quotidiane si manifesta la persistenza della confusione primaria tra Sé e oggetto, che può più facilmente aver luogo in stati di rilassamento o d’intensa concentrazione in cui può essere temporaneamente sospesa o ritardata l’imposizione dei confini. Hubert Spencer si riferiva a qualcosa del genere parlando della “primitiva simpatia passiva”. McDougall, commentando questo fenomeno, fece notare che “la forma fondamentale della simpatia corrisponde esattamente all’etimologia della parola, è cioè una sofferenza accompagnata dall’esperienza di un qualsivoglia affetto, nel momento in cui e per il fatto che osserviamo in altre persone o creature l’espressione di quel sentimento o affetto”. La persistenza di questo stato, geneticamente precoce nella microgenesi della percezione e del pensiero, è certamente alla base dei sentimenti di empatia, del piacere estetico, e di alcune forme di transfert e controtransfert in analisi (possiamo così comprendere, in un suo aspetto, l’utilità della posizione distesa del paziente e dell’attenzione liberamente fluttuante dell’analista). Ci sentiamo anche di ipotizzare che una fase necessaria dei processi di identificazione secondaria e di proiezione consista nella momentanea persistenza di uno stato di confusione o identificazione primaria, che ha luogo prima che avvenga il processo di “demarcazione” o di “disidentificazione”. In conseguenza di tali processi può accadere che aspetti della rappresentazione oggettuale siano inclusi nella rappresentazione del Sé e viceversa.


La persistenza, come noi la intendiamo, è una componente essenziale del normale funzionamento psichico, e ha una diretta relazione con i cambiamenti che si verificano in seguito a un trattamento psicoanalitico coronato da successo, e che si possono ricondurre a cambiamenti nella funzione e a processi di riorganizzazione. Anche quando si risolve il conflitto nevrotico, si annulla il movimento regressivo, scompaiono i sintomi ed emergono nuovi modelli di comportamento progressivamente adattativi, le precedenti soluzioni, inerenti all’organizzazione nevrotica, continuano a sussistere, anche se il loro funzionamento è limitato a “prove” o a “campioni” del tipo che abbiamo descritto. Il mantenimento dei nuovi modi di funzionamento dipende perciò dalla loro capacità di inibire continuamente e di limitare a una forma di “prova” la soluzione nevrotica. Ciò solleva una serie d’interessanti interrogativi sul processo terapeutico in generale, sulla definizione dei criteri di fine analisi, sulle differenze tra analisi infantile e analisi adulta, e su una gran quantità di problemi affini.



Note



1 Freud ha dato un’altra versione della stessa storia nel suo articolo La perizia della Facoltà medica nel processo Halsmann (1930).


2 È assai interessante notare che il concetto di regressione in Freud, probabilmente, trae origine direttamente dal lavoro pre-psicoanalitico sull’afasia (1891), in cui Freud, per spiegare i disturbi afasici e di altro genere (per esempio l’epilessia), adottò la teoria della “dissoluzione” di Hughlings Jackson (il termine fu coniato da Flerbert Spencer nel 1857 per designare l’opposto di “evoluzione”). Freud scrisse che “tutti questi modi [afasici] di reazione rappresentano casi di retrogressione (disinvoluzione) funzionale di un apparato altamente organizzato, e corrispondono, perciò, a stadi precedenti del suo sviluppo funzionale. Ciò significa che in ogni caso si ha la perdita di un ordine nelle associazioni che, essendo stato raggiunto più tardi, appartiene a un livello più alto di funzionamento; ne sarà invece preservato uno più arcaico e più semplice”. È anche interessante il fatto che la distinzione fra struttura e funzione, che abbiamo esaminato in questo capitolo, occupa un posto fondamentale nella teoria di Freud sull’afasia. Così, a proposito dei disturbi di comprensione della lettura, Freud scrive: “Leggere comprendendo (…) è una funzione indipendente dall’atto del leggere in se stesso” e, coerentemente, egli distingue l’“apparato della parola” dalle funzioni del leggere e del parlare.


3 Sarebbe ridicolo sostenere che ogni precedente soluzione è sperimentata sotto forma “di prova”; ci riferiamo qui al fatto che tali soluzioni hanno la tendenza a persistere; è ovvio che debbano inevitabilmente verificarsi molti cortocircuiti, cosicché, un singolo segnale viene a rappresentare un intero gruppo di soluzioni precedenti.


4 Duncker (1945) ha studiato in dettaglio questo argomento.

Persistenza nelle funzioni e nello sviluppo psicologico

di Joseph Sandler e Walter G. Joffe

19 Feb 2026

Sin dai primi inizi della psicoanalisi, l’assunto che il passato persista nel presente è stato una pietra angolare delle nostre concezioni. Freud ha sempre attribuito una particolare importanza al punto di vista generico e alle ricostruzioni genetiche in analisi ed è riuscito, a partire dal materiale clinico di casi adulti, a individuare una sequenza di fasi evolutive tipiche, ciascuna delle quali lascia la sua impronta su quelle successive. L’esistenza di queste fasi, descritte e identificate secondo quanto è emerso dalle ricostruzioni genetiche, è stata ampiamente confermata dalle osservazioni condotte dagli psicoanalisti che si occupano dei bambini. Tali osservazioni, da un lato, e l’introduzione nella teoria psicoanalitica dei concetti di sfera dell’Io libera da conflitti, di autonomia primaria e secondaria (Hartmann, 1939) e di neutralizzazione (Hartmann, Kris e Loewenstein, 1949), dall’altro, ci hanno reso più consapevoli della grande complessità dello sviluppo e ci hanno sempre più portato a considerarlo alla luce delle molteplici interazioni fra Es, Io, Super-io e realtà esterna.


Anna Freud ha riassunto (1963a) l’attuale impostazione teorica sulle fasi dello sviluppo infantile. Lei dice:


Nella nostra teoria psicoanalitica le sequenze evolutive sono state delineate solo tenendo conto di aspetti particolari e circoscritti della personalità del bambino. Riguardo allo sviluppo della pulsione sessuale, per esempio, abbiamo la sequenza delle fasi libidiche (…) che, pur con notevoli sovrapposizioni, corrisponde grosso modo a età specifiche. Per quanto riguarda la pulsione aggressiva, siamo già meno precisi e ci accontentiamo in genere di mettere in relazione specifiche espressioni dell’aggressività con specifiche fasi libidiche (…) Sul versante dell’Io i vari stadi e livelli del senso di realtà, conosciuti attraverso la psicoanalisi, forniscono una norma sia per stabilire una cronologia delle attività difensive, sia per quanto riguarda lo sviluppo del senso morale (p. 807).


Al fine di eliminare quel tanto di artificiosità, inevitabile allorché si consideri lo sviluppo in termini di istanze psichiche separate, Anna Freud ha proposto (1963a) di ampliare il nostro quadro teorico relativo allo sviluppo, e ha introdotto il concetto


di linee evolutive; si tratta di una serie di tappe dello sviluppo, ordinate in precise sequenze cronologiche che richiedono la reciproca collaborazione delle varie parti della personalità. Anche se in condizioni normali è legittimo attendersi un certo grado di corrispondenza tra le varie linee di sviluppo, non è raro il caso che si manifestino, in misura variabile, discrepanze fra di esse.


L’applicazione del concetto di linee evolutive ci ha permesso di evitare la potenziale unilateralità inerente a una concezione dello sviluppo che prenda in considerazione ora questa ora quest’altra istanza psichica. È evidente che, seppur gradualmente, è andata aumentando in modo sostanziale la comprensione psicoanalitica dei molteplici processi d’interazione che prendono parte allo sviluppo progressivo; negli ultimi due o tre decenni, inoltre, abbiamo arricchito e integrato la teoria dello sviluppo con la conoscenza delle interazioni fra individuo e realtà esterna. Se, tuttavia, si prende in considerazione il fenomeno della regressione, si riscontra che generalmente è mantenuta una netta distinzione, ritenuta fondamentale, tra processi regressivi nell’Es e nell’Io. Ancora una volta possiamo rivolgerci ad Anna Freud per avere una chiara esposizione degli attuali punti di vista in merito (1963b):


Nel nostro lavoro di analisti abbiamo acquistato tanta familiarità con questa interrelazione costante tra fissazioni e regressioni pulsionali che dobbiamo guardarci dall’errore, quasi automatico, di considerare i processi regressivi sul piano dell’Io e del Super-io in termini corrispondenti. Mentre, infatti, le prime sono soprattutto determinate dall’ostinata adesione delle pulsioni a tutti gli oggetti e a tutte le posizioni che hanno in passato prodotto soddisfacimento, questo tipo di caratteristiche non svolge alcun ruolo nella regressione dell’Io, che si fonda su principi differenti e segue norme diverse (p. 832).


Per quanto riguarda la regressione dell’Io, dice:


È necessario annotare una caratteristica peculiare della regressione dell’Io, indipendente dai vari fattori causali. In contrasto con la regressione delle pulsioni, i movimenti regressivi a livello dell’Io non riconducono a posizioni precedentemente stabilite, dal momento che non esistono punti di fissazione. Essi invece ripercorrono a ritroso, passo per passo, la linea seguita in precedenza in senso progressivo. Lo dimostra il dato clinico che nella regressione dell’Io è sempre invariabilmente l’acquisizione più recente che è perduta per prima (pp. 836 sg.).


Benché sia indubbiamente vero che le leggi della regressione sono diverse per le modalità di scarica pulsionale da un lato e per quelle funzioni di controllo e di organizzazione, che consideriamo proprie all’Io, dall’altro, nell’attuale teoria della regressione permangono, tuttavia, certe difficoltà e complicazioni. In che misura, per esempio, siamo autorizzati a considerare la perdita di controllo degli sfinteri e un ritorno all’insudiciarsi come una regressione dell’Io piuttosto che dell’Es? Com’è possibile spiegare, sulla base unicamente della regressione pulsionale, i cambiamenti nel funzionamento dell’Io che ritroviamo nello sviluppo di una nevrosi ossessiva? La regressione a precedenti forme di relazione oggettuale non comporta anche cambiamenti nell’Io oltre che nell’Es? E così via.


Freud ha, in effetti, sottolineato, in Inibizione, sintomo e angoscia (1925b), come la distinzione teorica tra Io ed Es, benché utile per particolari scopi, non dovrebbe essere mantenuta troppo rigidamente. Egli sostenne che l’Io è, a volte, “identico all’Es, è solo una parte singolarmente differenziata dell’Es” (p. 247). L’idea di una certa continuità funzionale tra Io ed Es è stata successivamente elaborata da altri autori.


In questo capitolo desideriamo affrontare i problemi dell’interazione tra Es e Io dal punto di vista della distinzione tra struttura e funzione; alla luce di questa distinzione prenderemo in esame sia la regressione pulsionale, sia la regressione dell’Io. Proporremo la nozione di “tendenza alla persistenza”, cioè, in sostanza, l’idea che le modalità primitive di funzionamento tendono a persistere attivamente nel presente sotto forma di “prove”, che sono normalmente inibite. Consideriamo tale tendenza essenziale per tutte le forme di regressione; questa non è intesa come un semplice “tornare indietro” o un “revival”, ma come un processo di liberazione e disinibizione di passati modi di funzionamento.


Nei capitoli 3 e 4 abbiamo già visto che alcune difficoltà inerenti alla teoria della regressione possono essere affrontate con profitto tenendo conto della distinzione tra struttura e funzione. Diversi autori in anni recenti hanno studiato questa distinzione che è rilevante per il funzionamento psichico a tutti i livelli. Benché Freud abbia messo a fuoco il concetto di struttura solo nel 1922, a proposito di quelle che Merton Gill (1963) ha chiamato le “macrostrutture”, vale a dire l’Es, l’Io e il Super-io, egli si era già servito del concetto, in un senso più generale, molti anni prima. Per esempio, nell’Interpretazione dei sogni (1899) egli aveva parlato di struttura in riferimento a ciò che chiamò “un ordinamento psichico” (p. 555). In tempi recenti sono divenute sempre più evidenti l’esigenza e l’utilità di un concetto più ampio e generale di struttura che non quello usato da Freud nel 1922. Hartmann, per esempio, parlando dell’apparato difensivo automatizzato, ha detto, nel 1939: “Tale apparato, poiché struttura relativamente indipendente, può entrare al servizio di altre funzioni”, introducendo, in tale modo, l’importante concetto di “cambiamento di funzione”, concetto che sta alla base di gran parte della discussione che seguirà in questo capitolo.


Rapaport ha usato il concetto di struttura in un senso molto ampio includendovi anche le strutture cognitive che sono “sia gli strumenti quasi permanenti che il processo cognitivo usa senza doverli creare ogni volta ex novo, sia quelle organizzazioni quasi permanenti di essi che costituiscono il telaio dei processi cognitivi dell’individuo”. Le strutture cognitive più comuni sono, secondo Rapaport (1957), le strutture della memoria.


Gill nella sua recente monografia (1963) ha preso in considerazione, abbastanza dettagliatamente, la distinzione tra struttura e funzione. Egli osserva che “sembra lecito affermare che tutti i meccanismi mentali rientrino nella definizione di struttura psichica intesa come forma di funzionamento che non è creata ad hoc, ma che è in permanenza a disposizione del processo psichico”. Egli distingue tra istanza e funzione svolta dall’istanza stessa.


Anche Holt (1965) ha parlato di persistenza delle strutture. Egli propone di considerare la struttura percettiva come “un programma per elaborare una combinazione di informazioni interne e ambientali in modo tale da ottenere un risultato percettivo”. Tuttavia, mentre Holt sostiene che questi programmi (cioè le strutture) possono essere “riscritti” (il che forse si accorda con l’idea di Rapaport di strutture quasi permanenti), noi abbiamo proposto, nel capitolo 3, l’ipotesi che le strutture, nel normale corso degli eventi, non vadano mai perse, e che invece si creino nuove strutture supplementari, di crescente complessità, che nel corso dello sviluppo si sovrappongono a quelle più antiche. L’organizzazione più complessa, che ne deriva, non deve soltanto fornire mezzi efficaci di scarica e di controllo, ma deve anche comprendere sistemi d’inibizione nei confronti dell’utilizzazione delle precedenti strutture. Usando la terminologia di Holt, potremmo dire che i programmi non sono riscritti tali e quali, ma che piuttosto i vecchi programmi sono costantemente modificati in seguito a un processo di sovrapposizione. Affinché il programma (la struttura) risultante possa essere usato in modo efficace, deve contenere componenti adibiti all’inibizione di programmi precedenti,


David Beres (1965) ha richiamato l’attenzione su alcune ambiguità esistenti nell’uso passato e presente dei concetti di struttura e di funzione. Tenendo conto delle sue osservazioni, dobbiamo precisare che in questa sede ci serviamo dei concetti di funzione e di struttura per indicare da un lato le attività e i processi, dall’altro i modelli di organizzazione, gli schemi, le istanze, gli apparati e i meccanismi. Facendo riferimento a questa distinzione è possibile affermare che, una volta che sia stato raggiunto un certo livello di organizzazione strutturale, essa non va mai distrutta (tranne che in conseguenza di modificazioni organiche della sostanza cerebrale); il modo di funzionare, d’altro canto, può variare entro limiti molto ampi.


Ci sia concesso di illustrare la distinzione tra funzione e struttura raccontando la storiella1 dell’irlandese che era stato condotto in Tribunale sotto l’accusa di illecita distillazione di whisky. Contro la sua affermazione di “non colpevolezza”, il giudice sostenne che egli doveva inevitabilmente essere ritenuto colpevole perché era stato scoperto in possesso dell’apparecchiatura per la distillazione di whisky, e il possesso di un alambicco illegale era una prova sufficiente di colpevolezza. Essendogli stato chiesto se volesse dire qualcosa prima della sentenza, Paddy rispose con foga: “Sì, vorrei essere incriminato anche per i delitti di incesto, sodomia, violenza e stupro.” “Che Dio ci salvi, veramente ha commesso questi terribili crimini?” esclamò il magistrato. “No, Vostro Onore – disse Paddy – ma ero in possesso dell’apparato.”


Ritornando ora al problema dello sviluppo strutturale, possiamo forse precisare ulteriormente le nostre idee in proposito. Sappiamo che durante lo sviluppo avvengono cambiamenti strutturali che corrispondono, ovviamente, a cambiamenti nell’organizzazione delle funzioni che caratterizzano le varie fasi dello sviluppo. Abbiamo ipotizzato che avvenga la sovrapposizione di una struttura modificante su di un’altra, accompagnata da un certo grado d’integrazione progressiva, per cui la struttura finale, o più recente, mostra l’influenza di precedenti organizzazioni strutturali (o ne conserva perfino delle parti) e comprende, come elemento essenziale, un’intera gerarchia di strutture inibitorie. Ciò è in accordo con la descrizione che Rapaport dà dell’Io, come di una “organizzazione emergente” la cui Gestalt organizzativa finale è qualcosa di diverso dalla semplice somma delle sue parti.


I cambiamenti nel funzionamento dell’Io, quelli, per intenderci, che vediamo nelle regressioni nevrotiche, non comportano necessariamente cambiamenti nella struttura dell’Io; assistiamo invece al reimpiego di strutture del passato che sono state inibite nel corso dello sviluppo. Nel capitolo 3 abbiamo parlato, a questo riguardo, di perdita dell’autonomia funzionale e abbiamo detto che, a differenza di questa, l’autonomia strutturate è perduta solo in occasione di certe malattie mentali e organiche. Nel capitolo 4, discutendo il concetto di autonomia funzionale, abbiamo parlato di regressione funzionale dell’Io. Potremmo anche parlare a questo proposito di fissazione dell’Io, per indicare sia l’eccessiva persistenza dell’influenza di precedenti modalità organizzate di funzionamento sulle organizzazioni successive, sia la particolare tendenza al reimpiego di strutture più arcaiche in occasione di stati di tensione interna o esterna. Gli effetti della fissazione dell’Io si evidenziano nel cosiddetto stile di funzionamento dell’Io, vale a dire in quella configurazione organizzativa che influenza i controlli percettivi e cognitivi e la scelta dell’uso di particolari meccanismi di difesa (G. S. Klein, 1958; Gardner e altri, 1959; Holzman, 1962).


Siamo ora in grado di esaminare in modo più approfondito la distinzione tra regressione pulsionale e regressione funzionale dell’Io. Se è vero che la regressione funzionale dell’Io può essere influenzata dalla regressione pulsionale e viceversa, non esiste in alcun modo una perfetta correlazione tra i due processi; anzi, è possibile differenziare tra loro i vari stati psicopatologici sulla base della prevalenza di una forma di regressione rispetto all’altra. In ogni caso, tuttavia, esistono una correlazione e un’interazione tra le due forme di regressione, che riflettono l’interazione tra la pulsione e il controllo, presente in ogni fase dello sviluppo. In effetti, anche se abbiamo differenziato la regressione funzionale dell’Io dalla regressione pulsionale – distinzione che riteniamo di fondamentale rilevanza clinica – sappiamo che entrambe sono, di fatto, forme di regressione funzionale; la prima è una regressione funzionale dell’Io, la seconda dell’Es. Le strutture e gli apparati dell’Es, al pari delle strutture dell’Io, persistono in noi nel corso di tutta la nostra vita, anche se, come mostra la storiella di Paddy, possono non essere sempre pienamente utilizzate.


Nel capitolo 4 abbiamo cercato di rendere ragione del fatto che la regressione pulsionale alla fase sadico-anale non sempre si accompagna allo sviluppo di una nevrosi ossessiva; abbiamo anche sostenuto che né i fattori economici né gli altri fattori abitualmente citati, sono sufficienti a spiegare la particolare forma assunta da questa malattia. Abbiamo proposto, a mo’ di soluzione, l’ipotesi che i cambiamenti che hanno luogo nella nevrosi ossessiva possono essere attribuiti sia alla regressione pulsionale, sia a una contemporanea regressione funzionale dell’Io. Abbiamo sostenuto che la natura specifica di questa regressione dell’Io è predeterminata dal particolare stile di funzionamento percettivo e cognitivo sviluppato dall’individuo, stile che risulta fortemente influenzato dalle particolari vicissitudini dello sviluppo dell’Io durante la fase anale. Abbiamo considerato le caratteristiche attività difensive, presenti nella nevrosi ossessiva, come forme ipertrofizzate di quelle attività di controllo che assumono tanta importanza in questa fase. A questo proposito Lampi-de Groot (1965) ha osservato: “(…) [possiamo] considerare i meccanismi di difesa nevrotici come meccanismi di regolazione e di adattamento che appartengono, di per sé stessi, allo sviluppo normale e che hanno subito un processo patologico di ipertrofia e di deformazione”.


Abbiamo parlato prima delle strutture inibitorie, cioè delle organizzazioni dei processi inibitori. Per inibizione intendiamo qui una forma di azione interna, di qualche tipo, che produce il blocco di una particolare via di scarica. L’inibizione non dovrebbe essere considerata come un processo statico, anche se spesso è descritta, per esempio, in termini di sbarramenti che sono eretti per prevenire la scarica. Noi la concepiamo, piuttosto, come un processo dinamico, un’azione interna di contenimento, che fa seguito a una scarica parziale o di prova, prova che può essere eventualmente limitata a una scarica “segnale” o a una scarica “campione”. Ciò è in accordo con quanto dice Freud nell’Interpretazione dei sogni sul ruolo dell’inibizione nel funzionamento del processo secondario (pp. 545-54). Sebbene l’azione di prova possa limitarsi a un’azione “campione”, si tratta, comunque, di un’azione interna, non apparente, che è rapidamente inibita non appena sia stata, in qualche modo, valutata dall’Io inconscio. Possiamo postulare che ogni scarica manifesta (nell’azione, nella percezione, nella fantasia o nel pensiero) sia preceduta da processi di prova e d’inibizione; essi possono svolgersi in modo estremamente rapido e certamente al di fuori della consapevolezza conscia, così da occupare, perlopiù, un tempo estremamente breve. Noi pensiamo, come diremo poco oltre, che, anche in questo breve periodo di tempo, forme di scarica di prova sono saggiate ed esaminate dall’Io; quelle insoddisfacenti sono di norma respinte o inibite, mentre a quelle idonee è permessa una qualche forma di scarica manifesta nella coscienza o nella motilità.


Vorremmo illustrare questo processo con un esempio tratto dalla nostra esperienza personale. Entrambi gli autori di questo capitolo sono nati e cresciuti nell’Unione Sudafricana. Ora, la parola usata da tutti i sudafricani per la moneta da tre penny (che vale circa 4 cents) è tickey. Tale parola è sconosciuta in Inghilterra, dove si usa invece la parola “threepence”. Ovviamente abbiamo dovuto abbandonare l’uso della parola “tickey” quando siamo venuti in Inghilterra, ma ci siamo entrambi reso conto, ognuno per conto proprio, che la nostra prima reazione al simbolo dei tre penny (3d) era di formulare la parola “tickey”, che era stata soppressa ed era divenuta, in senso descrittivo, inconscia. Mentre pensavamo che l’uso della parola “threepence” fosse divenuto automatico, quel che accadeva in realtà era che l’azione di “prova” di dire “tickey” era regolarmente inibita e sostituita con la verbalizzazione “threepence”. Abbiamo entrambi notato che in momenti di tensione la parola “tickey” tornava fuori nel corso della conversazione, fenomeno che si può forse definire come una forma di regressione; esso è stato probabilmente notato da tutti quelli che imparano e usano abitualmente una nuova lingua. Con questo esempio, desideriamo sottolineare un punto di importanza più generale e cioè che, in casi come questi, non abbiamo a che fare con un semplice “tornare indietro”, ma, piuttosto, con un’improvvisa liberazione di un’inibizione dinamica che, in condizioni normali, è continuamente imposta, ex novo, nel presente.


Può essere utile fare un altro esempio che è ancora attinente al linguaggio. Se si crea in laboratorio una situazione sperimentale in cui s’impedisce al soggetto di udire la propria voce mentre sta parlando (alimentando il circuito delle cuffie con un cosiddetto “suono bianco”) s’interferisce nell’autocontrollo della parola, provocando la comparsa di una varietà di fenomeni. Per esempio, se il soggetto ha parlato nell’infanzia con un accento straniero, questo può riapparire; noi siamo propensi a pensare che il vecchio accento permanga, sotto forma di “scarica di prova” che in condizioni normali è regolarmente inibita; tale inibizione è temporaneamente messa fuori causa quando si interferisca con il processo di feedback auditivo.


Questi fenomeni, che rientrano nell’ambito di quella che Werner (1956, 1957) ha chiamato la microgenesi, sono stati studiati mediante i cosiddetti “esperimenti genetici in laboratorio”. La microgenesi è stata descritta (Flavell e Draguns, 1957) nel modo seguente:


Il termine “micro genesi” è stato coniato, per la prima volta da Werner (1956) per tradurre in modo approssimato la parola tedesca Aktualgenese; esso designa la sequenza di eventi che si presume abbiano luogo nel periodo di tempo che intercorre tra la presentazione di uno stimolo e la formazione di una singola risposta cognitiva (percetto o pensiero), relativamente stabile, allo stimolo stesso. In modo più specifico, il termine designa, principalmente, i pre-stadi di atti cognitivi estremamente brevi, quali i processi che hanno luogo nella percezione immediata di un semplice stimolo visivo o uditivo, o nell’atto cognitivo di produrre un’associazione verbale, ecc.


Non è un gran passo applicale il concetto di microgenesi a tutte le risposte psichiche e comportamentali e a tutte le forme di stimolo e quindi anche a quelle rappresentazioni che sono stimolate e riattivate sotto la pressione delle pulsioni. Tuttavia, la maggior parte del lavoro sperimentale sinora compiuto ha privile-giato lo studio delle risposte percettive e cognitive a stimoli esterni presentati in laboratorio.


I lavori iniziali più importanti sulla microgenesi percettiva furono portati a termine nei dieci o quindici anni precedenti l’ultima guerra mondiale dal seguace della psicologia della Gestalt F. Sander e dai suoi collaboratori (1928). Essi partirono dall’ipotesi che, se fosse stato possibile bloccare la formazione di percetti chiari e completi presentando gli stimoli per periodi di tempo molto brevi, si sarebbero potuti evocare i normali precursori della percezione completa. Senza occuparci qui in dettaglio del lavoro di Sander e dei suoi collaboratori, ci interessa rilevare che sembra esistere un perfetto parallelismo fra micro-sviluppo della percezione nell’“hic et nunc” e sviluppo ontogenetico della percezione stessa. Assistiamo cioè a quella che si potrebbe chiamare una “ricapitolazione microgenetica” dello sviluppo ontogenetico.


Anche Schilder (1942, 1951) ha formulato ed elaborato quella che, in sostanza, è una teoria microgenetica del pensiero. Egli ha ipotizzato che nella schizofrenia avvenga la comparsa di forme cognitive arcaiche che intrudono nella coscienza e si esprimono apertamente, come se si trattasse di forme di pensiero pienamente elaborate. Sembra plausibile l’ipotesi che in queste circostanze venga a mancare l’efficace intervento delle normali strutture inibitorie.


Gli esperimenti dello stesso Werner ebbero luogo nell’ambito di uno studio della microgenesi e dell’afasia (1956), in cui egli dimostrò l’esistenza di un parallelo tra la normale microgenesi della percezione e i disturbi di percezione e cognizione che si possono ritrovare nei pazienti afasici; egli parlò, a proposito della sintomatologia afasica, di “deragliamento microgenetico”, i cui rapporti con i processi di regressione funzionale meriterebbero di essere studiati.2


Ivo Köhler, di Innsbruck, ha recentemente sviluppato gli esperimenti di Stratton con occhiali che rovesciano il campo visivo e ha dimostrato, in maniera estremamente convincente, che gli stadi dell’apprendimento a percepire e a controllare un mondo visivamente distorto corrispondono alle normali tappe evolutive nella formazione del percetto. Per esempio, vi è un primissimo stadio sensorimotorio di orientamento spaziale seguito da uno stadio in cui gli oggetti sono percepiti perché “cose di azione”. I soggetti prima imparano a muoversi senza sbagli, poi a percepire le cose che usano. Queste “cose di azione” sono correttamente percepite quando i quadri alle pareti sono visti ancora rovesciati (Köhler, 1951, 1953, 1964; Werner e Wapner, 1955). Questi “esperimenti genetici”, condotti da psicologi in Germania e negli Stati Uniti, ci offrono una tecnica molto promettente di ricerca sperimentale sui processi di sviluppo, fissazione e regressione.


Se applichiamo il punto di vista qui descritto ai meccanismi di difesa, possiamo, per esempio, concepire la rimozione come un processo dinamico continuo, che non è possibile descrivere esaurientemente solo in termini di ritiro dell’investimento d’attenzione e di applicazione di un controinvestimento. Possiamo pensare che il moto pulsionale rimosso prenda la forma di una rappresentazione sensorimotoria che è ripetutamente sospinta verso la scarica completa, sotto la pressione della pulsione. Il processo di rimozione consiste, allora, in un rapido esame e in una rapida valutazione inconscia da parte dell’Io della rappresentazione in arrivo, esame che è seguito dall’applicazione di una controforza che impedisce alla rappresentazione stessa di procedere oltre. Tutto avviene come se l’Io potesse, del tutto al di fuori della coscienza, esaminare il campo delle rappresentazioni emergenti, attivate dall’Es, e dirigere, probabilmente sulla base di segnali di avvertimento di angoscia, una controforza inibitrice contro di esse; in tal modo la scarica della pulsione è impedita o deve essere ricercata per mezzo di rappresentazioni sensorimotorie più accettabili. L’Io esercita continuamente il proprio giudizio tenendo conto non solo del contenuto della rappresentazione pulsionale, ma di tutte le informazioni, del passato e attuali, che ha a sua disposizione. Possiamo ipotizzare che l’Io esamini e organizzi i dati che si presentano al suo organo di senso orientato verso l’interno più o meno nello stesso modo in cui esamina, seleziona e organizza le informazioni che gli provengono dagli altri organi di senso.


L’Io si trova costantemente confrontato con la necessità di risolvere problemi, in sostanza deve prendere delle decisioni di momento in momento per riuscire a rispondere a tono alle richieste, spesso conflittuali, della realtà e delle varie istanze psichiche. Se le organizzazioni esistenti sono adeguate a far fronte all’immediato compito adattativo, allora i processi di azione di prova e di inibizione procedono rapidamente e senza intoppi, ed è lecito parlare in questo caso, per dirla con Hartmann, di “automatizzazione”.3 Quando l’organizzazione esistente non è in grado di affrontare con efficacia e in modo adeguato il problema del momento, si manifesterà una tendenza a saggiare, sotto forma di prova interna, soluzioni che si sono dimostrate efficaci in passato e a integrarle in una nuova organizzazione adeguata al compito. Anche se tale processo di riorganizzazione, avviene in un tempuscolo molto breve, avverrà una forma di regressione temporanea al servizio dell’Io (per usare il termine di Kris). Saremmo tentati di sviluppare questi concetti ricollegandoci a tutto quanto è stato scritto sul tema della creatività; ci limiteremo a richiamare l’attenzione sull’esistenza di differenze individuali riguardo alla possibilità di una regressione temporanea al servizio della creatività (vedi il lavoro di George Klein e altri) e a osservare che, nel momento creativo, regressione e progressione procedono di pari passo.4


Qualora non sia possibile, per qualsiasi ragione, creare organizzazioni progressivamente adattative e di più alto livello, possiamo assistere alla comparsa di una soluzione dominata da strutture (cioè organizzazioni) geneticamente più arcaiche. In questo caso possiamo parlare di regressione vera e propria, con cui abbiamo tanta familiarità nella pratica clinica. Se la regressione influenza principalmente le attività di controllo, di ritardo e di inibizione della scarica, si avrà una regressione funzionale dell’Io; se invece modifica le vie attraverso cui avviene la scarica pulsionale, si parlerà di regressione pulsionale. I particolari punti di fissazione, che a loro volta determinano la natura e l’intensità della regressione funzionale in questione, possono essere considerati inerenti, secondo quanto abbiamo già discusso, al particolare stile di funzionamento dell’organismo. Con il termine di “stile” intendiamo riferirci ai modi di funzionamento, sia manifesti sia soggetti a inibizione. Si tratta di un argomento che richiede un’elaborazione più esauriente di quella che ci è possibile presentare in questa sede.


Quanto abbiamo detto sinora, può essere condensato nel concetto di tendenza alla persistenza. II nocciolo di questo concetto è il seguente: in ogni “evento” psicologico o in ogni tentativo di risolvere problemi (come la necessità di trovare una forma appropriata di scarica pulsionale, la ricerca di una soluzione ai compiti posti dall’ambiente e la stessa attività cognitiva e percettiva, ecc.) la decisione raggiunta è preceduta da una rapida ricapitolazione esplorativa di precedenti soluzioni che si sono affermate nel corso dello sviluppo ontogenetico dell’individuo. II concetto di persistenza implica anche che l’organizzazione di precedenti soluzioni, vale a dire la “struttura”, come noi la concepiamo, persiste, anche se sono continuamente create nuove strutture di crescente complessità.


Vorremmo concludere considerando alcune implicazioni e applicazioni del concetto di persistenza..


Abbiamo tutti ben presenti i processi che designiamo con i termini di identificazione e proiezione. L’identificazione (ci riferiamo qui all’identificazione secondaria), come è concepita oggi da un certo numero di autori, comporta un cambiamento nella rappresentazione del Sé sul modello di una rappresentazione dell’oggetto; la proiezione è l’attribuzione, a una rappresentazione dell’oggetto, di un aspetto della rappresentazione del Sé. Questi processi possono verificarsi solo dopo che si siano creati i confini tra la rappresentazione del Sé e la rappresentazione dell’oggetto; prima esiste quello che Freud indica con il termine di identificazione primaria, Piaget con quello di “adualismo”, mentre altri parlano di identità primaria. Un termine più appropriato per definire questo primissimo stato potrebbe essere quello di “confusione primaria” (vedi vol. 1, cap. 4).


Nell’applicare l’idea di persistenza ai processi di identificazione e di proiezione che si verificano nel bambino più grandicello o nell’adulto, possiamo ipotizzare che, ogniqualvolta un oggetto è percepito o ne sia ricordata la rappresentazione, si abbia sempre la momentanea persistenza, seppur per un tempuscolo brevissimo, del primario stato di confusione. Immediatamente dopo, i confini tra il Sé e l’oggetto sono imposti da un preciso atto di inibizione e di definizione di confini. È come se l’Io dicesse: “Questo sono io e quello è lui”. È questa una concezione ben diversa da quella che postula un confine statico dell’Io o del Sé che permane una volta che sia stato creato. Entra in gioco qui l’inibizione dello stato di confusione primaria e la funzione egoica di disidentificazione, un atto psichico di distinzione tra Sé e oggetto che deve essere ripetuto più e più volte; la funzione di disidentificazione a sua volta fa uso di strutture che possiamo chiamare confini.


La persistenza di questa confusione primaria, geneticamente precoce, nell’esperienza di tutti i giorni, è evidente se solo pensiamo al nostro modo di muoverci e di mettere in tensione il corpo quando guardiamo dei pattinatori sul ghiaccio, o vediamo un film western. Sicuramente abbiamo tutti fatto l’esperienza di raddrizzare il corpo nel vedere qualcuno scivolare o incespicare. In queste esperienze quotidiane si manifesta la persistenza della confusione primaria tra Sé e oggetto, che può più facilmente aver luogo in stati di rilassamento o d’intensa concentrazione in cui può essere temporaneamente sospesa o ritardata l’imposizione dei confini. Hubert Spencer si riferiva a qualcosa del genere parlando della “primitiva simpatia passiva”. McDougall, commentando questo fenomeno, fece notare che “la forma fondamentale della simpatia corrisponde esattamente all’etimologia della parola, è cioè una sofferenza accompagnata dall’esperienza di un qualsivoglia affetto, nel momento in cui e per il fatto che osserviamo in altre persone o creature l’espressione di quel sentimento o affetto”. La persistenza di questo stato, geneticamente precoce nella microgenesi della percezione e del pensiero, è certamente alla base dei sentimenti di empatia, del piacere estetico, e di alcune forme di transfert e controtransfert in analisi (possiamo così comprendere, in un suo aspetto, l’utilità della posizione distesa del paziente e dell’attenzione liberamente fluttuante dell’analista). Ci sentiamo anche di ipotizzare che una fase necessaria dei processi di identificazione secondaria e di proiezione consista nella momentanea persistenza di uno stato di confusione o identificazione primaria, che ha luogo prima che avvenga il processo di “demarcazione” o di “disidentificazione”. In conseguenza di tali processi può accadere che aspetti della rappresentazione oggettuale siano inclusi nella rappresentazione del Sé e viceversa.


La persistenza, come noi la intendiamo, è una componente essenziale del normale funzionamento psichico, e ha una diretta relazione con i cambiamenti che si verificano in seguito a un trattamento psicoanalitico coronato da successo, e che si possono ricondurre a cambiamenti nella funzione e a processi di riorganizzazione. Anche quando si risolve il conflitto nevrotico, si annulla il movimento regressivo, scompaiono i sintomi ed emergono nuovi modelli di comportamento progressivamente adattativi, le precedenti soluzioni, inerenti all’organizzazione nevrotica, continuano a sussistere, anche se il loro funzionamento è limitato a “prove” o a “campioni” del tipo che abbiamo descritto. Il mantenimento dei nuovi modi di funzionamento dipende perciò dalla loro capacità di inibire continuamente e di limitare a una forma di “prova” la soluzione nevrotica. Ciò solleva una serie d’interessanti interrogativi sul processo terapeutico in generale, sulla definizione dei criteri di fine analisi, sulle differenze tra analisi infantile e analisi adulta, e su una gran quantità di problemi affini.



Note



1 Freud ha dato un’altra versione della stessa storia nel suo articolo La perizia della Facoltà medica nel processo Halsmann (1930).


2 È assai interessante notare che il concetto di regressione in Freud, probabilmente, trae origine direttamente dal lavoro pre-psicoanalitico sull’afasia (1891), in cui Freud, per spiegare i disturbi afasici e di altro genere (per esempio l’epilessia), adottò la teoria della “dissoluzione” di Hughlings Jackson (il termine fu coniato da Flerbert Spencer nel 1857 per designare l’opposto di “evoluzione”). Freud scrisse che “tutti questi modi [afasici] di reazione rappresentano casi di retrogressione (disinvoluzione) funzionale di un apparato altamente organizzato, e corrispondono, perciò, a stadi precedenti del suo sviluppo funzionale. Ciò significa che in ogni caso si ha la perdita di un ordine nelle associazioni che, essendo stato raggiunto più tardi, appartiene a un livello più alto di funzionamento; ne sarà invece preservato uno più arcaico e più semplice”. È anche interessante il fatto che la distinzione fra struttura e funzione, che abbiamo esaminato in questo capitolo, occupa un posto fondamentale nella teoria di Freud sull’afasia. Così, a proposito dei disturbi di comprensione della lettura, Freud scrive: “Leggere comprendendo (…) è una funzione indipendente dall’atto del leggere in se stesso” e, coerentemente, egli distingue l’“apparato della parola” dalle funzioni del leggere e del parlare.


3 Sarebbe ridicolo sostenere che ogni precedente soluzione è sperimentata sotto forma “di prova”; ci riferiamo qui al fatto che tali soluzioni hanno la tendenza a persistere; è ovvio che debbano inevitabilmente verificarsi molti cortocircuiti, cosicché, un singolo segnale viene a rappresentare un intero gruppo di soluzioni precedenti.


4 Duncker (1945) ha studiato in dettaglio questo argomento.

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